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Le rime di Dante e altro Duecento
PAOLO TROVATO
LINO LEONARDI (a cura di), I canzonieri della lirica italiana delle Origini, vol. IV: Studi critici, Firenze, SISMEL- Edizioni del Galluzzo, 2001, pp. X-458, 81 tavv. f. t., €774, 68
ALBERTO CONTE (a cura di), Il Novellino, presentazione di Cesare Segre, Roma, Salerno Editrice, 2001, pp. XLVI-500, €44,00
DANTE ALIGHIERI, Rime, a cura di Domenico De Robertis, Firenze, Le Lettere, 2002, 3 voll., 5 tomi, pp. LX-992; 1238; 596, €250,00
Il nuovo millennio catastrofico per tanti versi è cominciato benissimo per la letteratura italiana del Duecento. Le Edizioni del Galluzzo (www.sismel.it) avevano già prodotto, in 500 esemplari, un'accurata riproduzione fotografica dei tre venerandi manoscritti che hanno preservato i nostri lirici più antichi, dal notaro caposcuola dei Siciliani, Giacomo da Lentini, al lucchese Bonagiunta all'aretino Guittone ai fiorentini Monte Andrea e Chiaro Davanzati (presto oscurati da Dante e dai suoi amici del cosiddetto Stilnovo) a decine e decine di altri "primitivi": per un totale di più di mille componimenti. Da qualche mese i tre preziosi volumi, dedicati rispettivamente ai facsimili dei manoscritti Palatino, Laurenziano e Vaticano, sono integrati da una fondamentale raccolta di Studi critici che offre perizie storico-letterarie, codicologiche e linguistiche di grande interesse, destinate a modificare più di qualche luogo comune storico-critico (ne sono autori, in ordine di comparizione, Roberto Antonelli, Armando Petrucci, Marco Palma, Pär Larson, Corrado Bologna, Lino Leonardi, Stefano Zamponi, Giovanna Frosini, Giancarlo Savino, Teresa De Robertis, Valentina Pollidori, Maria Luisa Meneghetti).
Nell'ottobre 2001 è apparsa un'edizione critica del Novellino, cioè il "libro" che inaugura la nostra tradizione narrativa. Il confronto dei manoscritti permette all'editore, Alberto Conte, di mettere ordine in un dossier intricatissimo (i problemi andavano dal numero degli autori alla consistenza numerica del corpus alla provenienza della silloge Firenze o Treviso? alla data di composizione Duecento o inizio Trecento? ). La soluzione di Conte, a mio giudizio incontrovertibile, è che P1, cioè il manoscritto più antico (primo Trecento, Toscana occidentale), serba la redazione originaria, che dobbiamo a un duecentista molto probabilmente fiorentino, mentre gli altri manoscritti (tutti imparentati tra loro) documentano l'ammodernamento e la ristrutturazione della raccolta a opera di più copisti-rimaneggiatori, che nel corso del Trecento, ma in varie fasi attendono ad ampliarla, riordinarla (fondendo a volte più novelle brevi in una), corredarla di rubriche: fino a pervenire al fatidico (dopo Boccaccio!) numero delle cento novelle.
Capire dove e perché i propri predecessori hanno sbagliato è, quasi sempre, un esercizio di estrema rilevanza scientifica. E anche nel nostro caso è istruttivo chiedersi come mai una tesi di così perentoria semplicità abbia impiegato più di un secolo a venire alla luce, nonostante molti elementi decisivi per la sua elaborazione fossero noti da tempo a studiosi di grande levatura, da Angelo Monteverdi a Gianfranco Folena allo stesso maestro di Conte, Cesare Segre. Credo di poter rispondere che di regola i lettori (i filologi ne sono un sottoinsieme specializzato) sono fortemente condizionati dalla vulgata di un testo, cioè dall'assetto prevalente che quel testo ha assunto nella loro epoca. Conte non si è fatto condizionare dall'aspetto familiare, decameroniano della vulgata del Novellino, con le sue 100 rubriche e le sue 100 (ovvero introduzione + 99) novelle, ecc., ma è partito dal manoscritto più antico, chiedendosi come si sia potuti arrivare alle "forme" successive: e tutto è andato a posto nel modo più economico (leggi: scientifico).
L'avvenimento di maggior rilievo per gli studiosi delle nostre Origini è però l'uscita in edizione critica delle Rime di Dante, a cura di Domenico De Robertis. Come si sa, le differenze tra un'edizione ottima e una cattiva non sono quasi mai vistosissime e d'altra parte non prendere sul serio le fatiche della ricostruzione filologica equivale, in sostanza, a non prendere sul serio gli autori di volta in volta sul tappeto. Un'accusa che non può certo essere rivolta al novello editore delle Rime. Accademico della Crusca, già professore a Torino, a Cagliari, a Pavia e nella sua Firenze, il pensionato De Robertis (classe 1921) ha iniziato a occuparsi delle liriche dantesche nel 1953 e ha licenziato le bozze dell'attesissima edizione nella tarda primavera del 2002. Si è preso insomma tutto il mezzo secolo che gli ci voleva: ma senza rinunciare, per questo, a studiare e pubblicare e commentare una quantità di altri testi.
L'edizione, monumentale, è spessa 18 cm e pesa quattro chili e settecento grammi. Altri numeri, più pertinenti ma non meno spaventosi, se si pensa che i versi interessati sono relativamente pochi (circa 3000, cioè poco più di 1/5 della Commedia). I manoscritti contenenti rime sotto il nome di Dante sono oltre 500. Le rime attribuite a Dante e che non gli appartengono sono circa 250, tràdite da una quantità simile di manoscritti. La sola stesura del testo, correttissimo a dispetto della mole, ha richiesto una decina d'anni (I*, p. XV nota). Il solo "Indice dei copisti" (e dei postillatori e chiosatori) citati nelle 991 pagine del vol. I, I documenti cioè nelle "descrizioni" degli oltre 400 manoscritti utilizzati in servizio dell'edizione occupa 8 pagine: e si capisce che quel volume offra anche una storia molto dettagliata dei cultori antichi di Dante, da Boccaccio ad Antonio Manetti al Bembo al Brevio al Corbinelli, e si direbbe oggi delle diverse modalità della sua ricezione.
Rispetto alla vigente vulgata (la precedente Edizione Nazionale, allestita nel 1921) cambia, e radicalmente, la stessa consistenza del corpus. Non più 117 rime di ragionevole attribuzione all'Alighieri (o a suoi corrispondenti) e 30 "dubbie", come nella '21 e nelle successive edizioni scientifiche, ma 19 dubbie e 113 rime sicure o almeno ragionevolmente attribuibili.
Delle 3 decine di rime qualificate dubbie nel 1921, sul fondamento di perizie di De Robertis o di studi precedenti (Furio Brugnolo, Guido Capovilla ecc.), 8 vengono promosse ad autentiche (i sonetti Amor e monna Lagia, De gli occhi di quella gentil mia dama, Io sento pianger, Non v'accorgete, Questa donna e Se il viso mio a la terra si china, la canzone trilingue Ai faus ris, il sonetto rinterzato, che Gianfranco Contini inclinava a ritenere del Pucci, Quando il consiglio degli ucce' si tenne), mentre 3 (Deh piangi meco, Nulla mi parve mai e la risposta per le rime Non siegue umanità) vengono eliminate.
Quanto alle 113 attribuibili o sicure (corrispondenti inclusi), a voler riassumere in termini aritmetici la cinquantennale verifica, si ottiene la formula che segue: 117 rime certe della vulgata meno 31 rime della Vita Nuova nella tradizione cosiddetta organica (ritenute superflue perché agli atti nelle edizioni della Vita Nuova) più 13 rime della Vita Nuova nella tradizione precedente all'inclusione nel prosimetro (per i filologi: estravagante) più un incipit (quello della perduta canzone Traggemi de la mente amor la stiva, citata dallo stesso Dante nel De vulgari eloquentia) più una redazione alternativa (di Per quella via) più 8 rime dubbie promosse ad autentiche (elencate sopra) più 3 rime "che hanno a che fare con Dante" fin qui tralasciate (i cavalcantiani Fresca rosa novella e Certe mie rime e l'anonima Io son chiamata nova ballatella): e siamo appunto a 113.
Nonostante la "tenuta" di De Robertis nella lunga e minuziosa compilazione del suo censimento, l'addizione più decisiva (in termini numerici, ma anche per rilevanza dei dati) rispetto alle testimonianze note ai padri fondatori della filologia duecentesca rimane il canzoniere escorialense, un manoscritto trecentesco confezionato in Veneto e finito in Spagna, di cui Michele Barbi, messo sull'avviso da una ricognizione di Mario Casella, poté solo intuire l'importanza: che subito sottolineò in un'Appendice dei suoi ancora fondamentali Studi sul canzoniere di Dante. De Robertis riconosce ancor oggi, con parole di non retorica gratitudine, che gli fanno onore, la continuità che lo lega ai dantisti benemeriti Barbi, Pernicone e Contini, cui l'edizione è dedicata; e uno dei suoi primi lavori si intitola, non a caso, Il canzoniere escorialense e la tradizione veneziana delle rime dello stil novo.
Di fatto, fornendo ennesima conferma all'aureo criterio delle aree laterali (in linguistica, ma anche in filologia, le aree periferiche sono più conservative dei centri politico-culturali, da cui originano mode e innovazioni), il giovane De Robertis scoprì, in quel sondaggio, che il manoscritto veneto conserva da solo, contro la foltissima (e aggiornata) tradizione toscana, le redazioni originarie di varie rime, così come circolavano prima di essere antologizzate da Dante, con i ritocchi del caso, nella Vita Nuova; e poté quindi studiare questo caso precoce e notevolissimo di "varianti d'autore". A quel lontano precedente risale appunto la decisione, ineccepibile, cui si è già accennato, di pubblicare in prima redazione i 13 sonetti poi inclusi nella Vita Nuova e di rinunciare a quelli e ad altri testi tramandati all'interno dell'autocommento e dunque rimaneggiati o composti in funzione di quell'opera.
Ma le sottrazioni e addizioni appena rievocate non ci informano adeguatamente sulle novità editoriali. In primo luogo, colpisce l'ordinamento. In assenza di una forma-libro fissata da Dante a differenza di quel che accade per Petrarca, per i petrarchisti e per tantissimi altri autori-raccoglitori di se stessi (da Marino a Leopardi, da Pascoli a Zanzotto) , Barbi e poi gli inglesi Kenelm Foster e Patrick Boyde si sono cimentati, nelle loro edizioni, in ricostruzioni ideali di ordine cronologico-stilistico-tematico ("Rime della Vita Nuova", "Rime del tempo della Vita Nuova", "Tenzone con Forese Donati", "Rime allegoriche e dottrinali"
ovvero, nell'edizione inglese, "numeri 1-5", "numeri 8-24", "numeri 25-32" ecc.). Non immemore dei progressi degli studi sul fronte dell'organizzazione delle raccolte di poesia (connessioni intertestuali, selezione ecc.) e fautore, evidentemente, del principio altruista che i dati rilevanti vanno salvaguardati comunque, perché qualcuno prima o poi riuscirà a farli "parlare", De Robertis riproduce invece dalle più ampie fino ai pezzi singoli le sequenze di rime cristallizzatesi nel corso della tradizione: a partire dalla serie, molto diffusa, delle 15 grandi canzoni; e spiace soltanto che con questa scelta, rispettabilissima, rinunci a comunicarci le idee che, in cinquant'anni di servizio, certamente si sarà fatto sulla cronologia delle rime.
Numerose anche le sorprese testuali che una ricognizione così ampia consente a chi ha avuto la tenacia di interrogare, e razionalizzare, un insieme larghissimo di testimonianze. Anche se De Robertis non traccia un albero genealogico ché andrebbe ripetuto tante volte quante sono le rime , le sue procedure di classificazione sono infatti quelle, collaudatissime, del cosiddetto metodo di Lachmann, con "regolare produzione delle lectiones singulares dell'anche infimo testimone" (I, i, p. 5), vale a dire delle varianti più trascurabili.
Mi limito a pochi esempi, da campioni particolarmente celebri. In prima posizione, così nella sequenza trecentesca delle canzoni "distese" come nell'edizione De Robertis, è la "petrosa" Così nel mio parlar. Tralasciando fatterelli fonomorfologici (di cui tra poco) e microvarianti diciamo sinonimiche (vv. 14 "Non truovo schermo"/ "Non truovo scudo", 48 "lato manco"/ "braccio manco", 52 "anzi che"/ "prima che"), si segnalano per esempio i vv. 31 "ch'e' non fa de la morte" (vulgata: "ch'io non fo..."), 38-39 "Amore a cu' io grido/ "merzé!", chiamando, e umilmente il priego" ("... a cui io grido,/ merzé chiamando..."), 80 "che m'ha rubato e morto e che m'invola" ("Che m'ha ferito il core e che m'invola"). Interessante, in particolare, l'acquisto del v. 31, "ch'e' non fa de la morte", dove "e'" starà ovviamente per il "cuore" del v. 27, al solito personificato.
Passando a Io son venuto, basterà ricordare il v. 48 "li fioretti.../ li qual non puote colorar [vulgata: "non posson tollerar"] la brina". Da un lato, la constatazione, banale anzi che no, che i fiori non sopravvivono al gelo, dall'altra la potente metafora del freddo invernale che non riesce a "colorare" (non ha cioè la "vertù" di far apparire) gli attributi della Primavera.
Un ultimo esempio. Tre donne 25: "l'altra man tien ascosa/ la treccia [vulgata: "la faccia"] lagrimosa". È un'altra proposta notevole, che elimina una sostanziale ripetizione del v. 20 ("e 'n su la man si posa") e inserisce a pieno titolo la madre dolente della canzone (la Giustizia) nella tradizione iconografica e letteraria medioevale, che prevede chiome sciolte e irrorate di lacrime (non occorre ripetere, con De Robertis, che treccia è "soggetto, dove faccia sarebbe oggetto").
Naturalmente, le varianti introdotte a testo non sono il frutto di un arbitrio, ma di una radicale, minuziosissima riconsiderazione dei problemi legati alla diffusione (si dica pure alla storia) delle rime. Tipico (e denso di conseguenze) l'accertamento relativo alle canzoni poi confluite nel Convivio, come si sa lasciato incompleto da Dante. Con le parole di De Robertis: "Quanto al testo intero
la probabilità è che esso sia stato recuperato in fase "editoriale"" dalla "tradizione estravagante", cioè dalle canzoni come circolavano prima del Convivio (II, ii, p. 744; III, p. 64) e questo recupero "da parte del primo "editore", si può presumere non immediato, forse tardo" (I, i, p. XVII). Insomma, con ogni probabilità l'abbozzo dantesco del trattato non comprendeva il testo completo delle rime, ma solo le citazioni dei passi di volta in volta citati o commentati.
Se si considera che per De Robertis almeno una canzone (Amor che nella mente) è desunta da una zona ben individuata, e dunque ad alta densità di errori, della tradizione estravagante (un testimone "di tipo y": III, p. 57), ce n'è abbastanza per sentirsi autorizzati a escludere tardivi e maldestri interventi di Dante e invogliati a rilanciare rincalzandola appunto con le risultanze appena riassunte la suggestiva tesi di Giorgio Inglese che l'inserimento del testo delle canzoni nel trattato (quasi certamente fuori posto) spetti al copista della prima copia che è possibile ricostruire (in gergo tecnico, l'archetipo).
Solo un accenno alle questioni linguistiche, complesse ma difficilmente eludibili, in questa come in ogni altra ricostruzione di testi medioevali. Nonostante una premessa apparentemente sbarazzina ("Ciò che potrà parere altro da ciò che la lingua di Dante sarebbe dovuta essere potrebbe semplicemente significare che Dante, nella fattispecie il Dante delle rime
ha fatto della sua lingua quello che ha voluto" I, i, p. XXI), De Robertis analizza accuratamente le varianti formali dei manoscritti antichi, valendosi al bisogno della consulenza di uno specialista, Ghino Ghinassi. Tra l'altro, De Robertis riesce a localizzare in modo persuasivo i più importanti manoscritti perduti, per esempio il modello (designato con una c minuscola) del Chigiano L VIII 305: "La toscanità e fiorentinità
di c è garantita proprio dal trasparire di forme toscane centrali in tutti e tre i testimoni non toscani" (II, i, p. 73). E anche la fonomorfologia delle rime dantesche è congruente con il moltissimo che, grazie ad Arrigo Castellani e alla sua scuola, sappiamo del fiorentino due- e primotrecentesco, incluso il recentissimo rilievo dello stesso Castellani che, in antico, la seconda persona presente di essere suonava costantemente se (sé), e non sei (ovvero se'). Rispetto a Barbi, il controllo della tradizione permette a De Robertis di ritoccare, in direzione duecentesca, "S'io avessi" in "S'io avesse" (Così nel mio parlar 66), "il cor" in "lo cor" (ivi 75) e di conservare le rime imperfette cosiddette siciliane (per es. "voi: lui", La dispietata mente 21-24). Pregevoli anche i restauri di E m'incresce 6, "sezzaio" ("sezza'" nella '21, ma per cautela eccessiva: in italiano antico, e in Dante, -aio -oio ecc. sono monosillabici) e Poscia ch'Amor 131, "franchigia" (contro "franchezza" nella generalmente modernizzante tradizione Boccaccio e in Barbi).
Tra i pochi interventi in direzione contraria rispetto alla vulgata ("fiere" per "fiede" ecc.) si sente un po' più di rimpianto per Poscia ch'Amor 38, dove De Robertis preferisce a "li genti coraggi" il più scolorito e moderno "li gentil coraggi". Da un punto di vista numerico, non c'è dubbio che "gentil" abbia qui dalla sua un maggior numero di testimoni. E tuttavia "gente" per "gentile" è un tipico provenzalismo duecentesco, di cui sarebbe facile enumerare esempi nei lirici, dai Siciliani a Guinizelli a Cavalcanti ("poi che de le donne ella è la più gente", "poi de l'altre mi pare la più gente", "e cavalieri armati che sian genti" ecc.); e "genti coraggi" è la lezione dei due manoscritti in assoluto più antichi e tra loro indipendenti, il Barberiano e il Chigiano (in sigla: C1); e si infiltra in vari testimoni più tardi, tre- quattro- e cinquecenteschi, per es. nell'altro quasi altrettanto celebre Chigiano, di mano del Boccaccio (= C2); nel codice II iv 114 della Nazionale di Firenze, nel 445 della Capitolare di Verona; nel Trivulziano 1073; nel Vaticano 7182. Di più, "gente" "gentile" è un vocabolo ignoto alla prosa (insomma un esotismo allusivo, specializzato) e che va subito fuori corso (nessun esempio in Petrarca né, salvo errore, in alcun altro lirico del secolo nuovo) e, proprio in quella canzone di Dante, trova copiosi riscontri in altro materiale foneticamente o lessicalmente gallicizzante ("messione", "fallenza", "donneare", "blasmata", "sollazzo", "con bei sollazzi", "monta in orgoglio" e il già ricordato "franchigia"). Lo schema che sembra configurarsi è insomma quello di una espressione duretta (una lectio difficilior), di quelle che i copisti sono spinti a "correggere" inconsapevolmente e indipendentemente l'uno dall'altro: con l'eccezione, qui, di quel grande letterato che è il Boccaccio, pentito di aver banalizzato il padre Dante in una precedente copia.
Corollario sulla Vita Nuova. Nonostante la solidarietà dichiarata con la recente edizione della Vita Nuova curata dal suo allievo Guglielmo Gorni ("le citazioni sono di regola dal nuovo testo stabilito da Gorni" I, p. XXXVI, "eccezioni... confermate dalla recente edizione di Gorni" II, ii, p. 77 ecc.) e pur operando assai spesso sugli stessi manoscritti fondamentali (b ossia la tradizione Boccaccio, c ossia la "famiglia", già menzionata, di C1, il grande collettore primotrecentesco dello Stilnovo), De Robertis si guarda bene dall'accodarsi, per gusto di novità, al tentativo ivi prodotto di ridimensionare drasticamente, sia sul piano delle forme sia sul piano testuale, il Chigiano, già testimone fondamentale delle edizioni Barbi 1907 e 1932 della Vita Nuova. Al contrario, quando il Chigiano è coinvolto nella tradizione delle rime, De Robertis promuove a testo pressoché sistematicamente le sue varianti e colloca in apparato le lezioni boccacciane, che documentano una cultura e una sensibilità (anche linguistica) affatto diverse. Una volta avvertito che, secondo De Robertis, la posizione di C1 nella tradizione delle rime riflette, in sostanza, quella a suo tempo additata dal Barbi riguardo ai manoscritti portatori della Vita Nuova (II, i, p. 43), importa il riconoscimento che "C1 è per sé molto corretto, fedele alla sua fonte" (II, i, p. 62). Ancor più significativa dopo i rilievi che C1 è "l'unico testimone" che offre "la forma vertù(te, ecc.), propria del provenzale come del francese" e che "serba il gallicizzante bieltate" e la "forma gallicizzante canoscere" ecc. è la conclusione generale di ordine linguistico che C1 sembra conservare, "nonostante spinte contrarie", una "originaria arcaicità formale" (II, ii, p. 1218). Piace ricordare che fondando esattamente su considerazioni analoghe qualcuno aveva denunciato come involutivo e inaccettabile il sistematico sacrificio gorniano di molti tratti linguistici arcaici della Vita Nuova con ogni probabilità originari, insomma danteschi; e l'allievo di De Robertis aveva subito replicato, con la consueta modestia, che si trattava di cose da poco, che possono interessare solo chi "ha una percezione scolastica e un gusto un po' nostalgico dei fatti di lingua". Anche questa radicale differenza di posizioni tra operatori della stessa "scuola" dà la misura dello scrupolo, dell'intelligenza e della sensibilità storica che rendono insostituibile l'edizione di De Robertis e che la distinguono da certo filologismo parodistico di fine millennio.
ALTRI LIBRI DI CUI SI PARLA IN QUESTO ARTICOLO
Lino Leonardi (a cura di), I canzonieri della lirica italiana delle Origini, vol. I: Il canzoniere Vaticano, Firenze, SISMEL- Edizioni del Galluzzo, 2000
Id. (a cura di), I canzonieri della lirica italiana delle Origini, vol. II: Il canzoniere Laurenziano, Firenze, SISMEL- Edizioni del Galluzzo, 2000
Id. (a cura di), I canzonieri della lirica italiana delle Origini, vol. III: Il canzoniere Palatino, Firenze, SISMEL- Edizioni del Galluzzo, 2000
PAOLO TROVATO è ordinario di Storia della lingua italiana all'Università di Ferrara. Tra i suoi lavori: Il primo Cinquecento (Il Mulino, 1994), L'ordine dei tipografi (Bulzoni, 1998), Il testo della Vita Nuova e altra filologia dantesca (Salerno, 2000). È in preparazione, presso Olschki, una nuova edizione di Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani (1470-1570).
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