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Fine delle piccole università
MARCO SANTAMBROGIO

Forse qualcuno non se ne è ancora accorto, ma in campo umanistico le università italiane di dimensioni medie e piccole sono prossime alla fine. Non intendo dire che chiuderanno presto i battenti e licenzieranno professori e studenti, ma semplicemente che finiranno per diventare istituzioni secondarie, dove non si fa più ricerca e l'insegnamento impartito è molto mediocre. È all'opera un meccanismo perverso a cui non sembra che esistano antidoti. Per spiegare in che cosa consiste, farò un semplice esempio di fantasia in cui sono sicuro che molti miei colleghi potranno riconoscere qualche somiglianza con vicende che hanno osservato da vicino.

Il professor Mario Rossi è uno studioso relativamente giovane che ha passato diversi anni all'estero, ha molte buone pubblicazioni e buona fama presso gli specialisti più autorevoli della sua materia. È invitato ogni anno a un certo numero di convegni importanti in Europa e in America e tiene regolarmente contatti con i principali studiosi della sua materia. Insomma, è un professore che molte università dovrebbero cercare di avere. In particolare, poiché è relativamente giovane, potrebbe svolgere con entusiasmo un eccellente lavoro didattico. Al giorno d'oggi la didattica universitaria non può più consistere di poche lezioni ex cathedra e di qualche seminario di routine: in tutto il mondo gli studenti delle migliori università sono tenuti a scrivere un'infinità di papers che devono essere discussi e corretti attentamente dai docenti, devono essere avviati a una professione (inclusa quella di ricercatore scientifico) attraverso una quantità di esperienze specifiche e attentamente guidate, ed esigono quindi dai docenti molta attenzione e moltissimo tempo. Oltre a tutto ciò ci sono i convegni, gli incontri con studiosi di altre università, gli scambi nell'ambito dei programmi internazionali da cui le università migliori sanno trarre ampiamente beneficio (mentre quelle peggiori restano impotenti a guardare). E soprattutto, oltre ai corsi di primo livello, ci sono i corsi avanzati, quelli che portano alle lauree specialistiche e ai dottorati. Del resto proprio per migliorare la qualità della didattica sono stati istituiti i nuclei di valutazione, che sarebbero perfettamente inutili se tutto dovesse procedere come è stato fin qui. Insomma, si richiedono oggi ai docenti un impegno didattico notevole, grande entusiasmo e grandi capacità innovative. E ci si aspetterebbe che le università facessero a gara per accaparrarsi quelli che per età, esperienze e carattere, come il nostro professor Rossi, ne sembrano capaci.

Il lettore penserà che l'esempio del professor Rossi continui col racconto delle sue disavventure concorsuali. Ma non è così. Il professor Rossi ha già vinto in passato un concorso di seconda fascia ed è attualmente in servizio presso un'università italiana di media grandezza. Questo non si deve tanto a una scelta coraggiosa o semplicemente al buon senso dei commissari del suo concorso che hanno tenuto conto dei suoi meriti scientifici e delle sue esperienze internazionali, ma principalmente al fatto che negli ultimi anni i posti banditi sono stati numerosi e il meccanismo dell'idoneazione ha permesso non solo ai mediocri ma anche ad alcuni bravi studiosi di trovare un posto. È stato così che il nostro professore si è trovato a insegnare nella sua attuale sede, con cui non aveva avuto in passato nessun tipo di contatto. Ora il professor Rossi ha addirittura avuto una idoneità in un concorso di prima fascia. Le sue disavventure non sono dunque concorsuali. Il suo problema è invece la chiamata, perché un conto è dichiarare idoneo qualcuno e un altro è chiamarlo. Data la relativa abbondanza di idoneità la concorrenza sul primo punto è alquanto blanda, ma dati i vincoli di bilancio in regime di autonomia universitaria la concorrenza sul secondo è feroce. Non è sempre stato così in questi ultimi anni: per un po' le università hanno largheggiato nelle chiamate e hanno impegnato così parti considerevoli dei loro bilanci. Ora però le risorse disponibili si sono fatte più esigue. Il professor Rossi si trova a concorrere, per forza di cose, con i colleghi nelle sue stesse condizioni: idoneati ma senza chiamata.

In un regime di autonomia, la decisione sulle chiamate spetta interamente alle facoltà. Una volta le facoltà potevano vedersi imporre dall'esterno i propri docenti e in qualche misura ancor oggi i concorsi non sono interamente controllati dalle facoltà, anche se l'iniziativa di bandire spetta a loro e inoltre esse hanno la possibilità di intervenire sull'esito del concorso attraverso il commissario interno. Ma sulle chiamate le facoltà sono sovrane. Non c'è dubbio che si sia trattato di un bel passo in avanti: l'università non è come il servizio ferroviario o quello postale, in cui potrebbe non fare gran differenza che il personale, a cui non si richiedono prestazioni particolarmente creative, sia scelto da un'autorità centrale. I compiti dei singoli atenei sono ben diversi e il regime che vigeva fino a pochissimo tempo fa ha per noi oggi, nel 2002, qualcosa di incredibile. Ma il punto ora è questo: come esercitano le facoltà la propria autonomia?

 

La riforma universitaria (se così possiamo chiamare la disordinata sequenza di leggi, decreti e circolari promulgata negli ultimi due o tre anni) ha cercato timidamente di introdurre tra gli atenei una certa concorrenza per migliorare la qualità dell'insegnamento. La distribuzione delle risorse almeno in parte è legata ai giudizi del nucleo di valutazione nazionale, ed è aumentato in percentuale il contributo delle tasse studentesche sul totale delle fonti di finanziamento degli atenei. Gli annunci pubblicitari con cui alcuni atenei cercano di richiamare gli studenti (sottraendoli agli altri — è inevitabile) stanno a dimostrare che quegli sforzi stanno dando qualche risultato. Si potrebbe forse desiderare che la pubblicità insistesse di più sulla qualità dell'insegnamento, in modo che gli studenti si abituassero all'idea che le università non sono come gli uffici postali, che danno un servizio dappertutto uguale (e non cercano di strapparsi i clienti), e quindi esercitassero un controllo effettivo proprio sulla qualità e fossero indirettamente uno stimolo a migliorarla, contribuendo così agli obiettivi della riforma. Ma insomma la consapevolezza della necessità di migliorare la qualità della didattica e della ricerca esiste, almeno da parte degli organi di governo degli atenei. Rettori e presidi sanno che è il caso di darsi una mossa, come si suol dire. Ma le facoltà?

È buona norma, quando cerchiamo di capire il comportamento delle istituzioni e delle entità collettive come le associazioni, le aziende, i partiti e così via, chiedersi quali motivazioni muovano gli individui che ne fanno parte e che votano nelle sedi in cui le decisioni vengono prese. Ebbene, quali sono le motivazioni dei professori che siedono in consiglio di facoltà? Sono anch'essi convinti che devono darsi una mossa e migliorare quanto meno la didattica (per la ricerca non basta, ahimè, darsi una mossa)? Forse ne sono convinti, ma non mi sembra che siano motivati a farlo. Non è difficile capire perché: la loro carriera è completamente indipendente dalle sorti della facoltà di cui fanno parte, dalla sua capacità di attrarre studenti e dalla sua qualità. Anzi, sarebbe meglio per loro ridurre il numero degli studenti e l'impegno didattico. Tutte le cose che ho elencato qui sopra come essenziali a una buona didattica al passo con i tempi — la correzione dei compiti scritti, gli incontri con gli studenti, le iniziative innovative di tutti i tipi — costano molta fatica e non portano nessuna gratificazione che non sia quella, molto personale, del lavoro ben fatto. Meglio lasciarle ad altri e continuare la propria tranquilla routine. Ma proprio per questo — si penserà — il professor Rossi, giovane e ben disposto a portare nel suo corso i metodi didattici che ha appreso in eccellenti università straniere, sarà chiamato all'unanimità dalla sua facoltà: le faccia lui quelle belle cose, che sicuramente saranno apprezzate dagli studenti e gioveranno al buon nome della facoltà. Ma non è questo che succede. Dovete tener presente che il professor Rossi è arrivato per caso e recentemente nella sede in cui si trova. Non ha molti amici tra i colleghi. Questi ultimi, o almeno quelli tra loro che per consuetudine o responsabilità istituzionale (direzioni, presidenze di corsi di studi, eccetera) hanno più voce in capitolo e soprattutto hanno il potere di agenda, hanno ben altre priorità che non quella di riformare la didattica. Quando non devono tener conto dei cosiddetti equilibri di facoltà (non chiedetemi di spiegare qui di che cosa si tratta: per averne un'idea pensate al modo in cui si fanno i governi in Italia), ci sono i colleghi di più antica data a cui pensare. Come è arrivato, il professor Rossi potrebbe domani andarsene, mentre i colleghi che sono rimasti lì per tanti anni sicuramente ci resteranno per altrettanti. Accade così che altri abbiano la precedenza sul nostro professore, la cui chiamata non viene nemmeno messa all'ordine del giorno e non è discussa dalla facoltà. Rossi non è chiamato.

La storia però non è finita. Rossi è un bravo studioso e gode di una meritata fama nel suo campo. Inoltre, mentre le risorse delle facoltà minori si sono assottigliate, le grandi università hanno ancora (ma per quanto tempo?) buone disponibilità, anche perché gli studenti italiani sono poco mobili e continuano a concentrarsi nelle grandi città. (Non esistendo nel nostro paese il numero chiuso, se non in casi eccezionali, gli studenti non hanno ragione di distribuirsi più razionalmente nei diversi atenei. Incidentalmente, questo costituisce un grave freno alla riforma: se gli studenti si spostassero davvero alla ricerca dell'università migliore, la concorrenza tra università produrrebbe immediatamente i suoi benefici effetti sulla qualità dell'insegnamento). Accade così che Rossi sia chiamato da una grande università e lasci la sua sede attuale, nella quale la sua partenza è salutata con un sospiro di sollievo: un grattacapo in meno per la facoltà, ma anche un'occasione mancata di portare qualche novità in una didattica che da decenni procede immutata.

 

Fin qui la storia del professor Rossi. Mi sembra che se ne possano trarre diversi insegnamenti. Il primo è che in assenza di forti motivazioni da parte della maggioranza degli attuali docenti a voltar pagina sul fronte della didattica, non si vede proprio come i meccanismi perversi che abbiamo visto all'opera possano essere disattivati. Rettori e presidi, che sono generalmente consapevoli che una certa concorrenza tra atenei è in atto e non mancherà di produrre i suoi effetti, non hanno strumenti per intervenire sulle facoltà. La stessa cosa si può dire del ministero dell'Università. Lauree triennali, lauree specialistiche, crediti, tabelle, garanti, minimi e massimi di professori e studenti per ciascun corso di studi, e così via, sono gli strumenti con cui il ministero sta cercando di intervenire e trasformare l'insegnamento. Tutto questo ha indubbiamente prodotto un grande fermento e qualche (inutile) preoccupazione tra gli studenti. Presidi e professori volonterosi hanno lavorato mesi e mesi per calcolare i crediti, compilare le nuove tabelle e soprattutto far tornare i conti dei garanti ridistribuendo i docenti sui diversi corsi di studi. Ma nella sostanza cambierà qualcosa? Non si vede proprio perché.

Certo, fa qualche differenza che i corsi di laurea anche nelle facoltà umanistiche non siano più di quattro anni, bensì di tre o di cinque. Ma di per sé questo non migliora né peggiora la qualità dell'insegnamento. Alcuni hanno parlato di dequalificazione degli studi e di licealizzazione dell'università ed esiste addirittura un comitato di professori che preme per ritornare al vecchio regime quadriennale. Onestamente, mi sembrano stupidaggini. Quanto al resto — crediti, tabelle, garanti e compagnia bella — non c'è assolutamente niente che costringa un qualunque docente a cambiare neanche una virgola del contenuto dei propri corsi, del numero delle ore di lezione, del modo di insegnare. Assolutamente niente. Le botti avranno d'ora in poi una forma leggermente postmoderna, ma il vino sarà esattamente lo stesso. Tra l'altro, sono convinto che i docenti continueranno a occuparsi unicamente del proprio corso e non si sforzeranno di coordinarsi con i colleghi per offrire una didattica più coerente, completa e ordinata che in passato. Nel momento in cui scrivo, sono ansioso di vedere a esempio come saranno concepiti gli orari delle lezioni: mi risulta che in passato fossero ben poche le facoltà umanistiche che si preoccupavano di evitare sovrapposizioni di orari tra un corso e l'altro. Staremo a vedere quest'anno.

Ma il punto più dolente di tutta la faccenda è la didattica per la laurea specialistica. Il nostro sistema universitario è tutto indirizzato alla didattica di primo livello, per diverse ragioni convergenti. In primo luogo, il cosiddetto valore legale del titolo di studio ha accreditato per lungo tempo l'idea che tutte le università e tutte le facoltà della stessa disciplina debbano essere uguali in tutta Italia. L'idea che una sede potesse concentrarsi e specializzarsi in un gruppo di discipline, trascurandone altre, è apparsa aberrante e molti continuano a considerarla tale. In secondo luogo, il numero degli studenti che sostengono gli esami è stato praticamente l'unico criterio per istituire nuovi insegnamenti: di qui gli sdoppiamenti o le triplicazioni in tutte le facoltà di Lettere dei corsi di primo livello frequentati da un numero enorme di studenti — italiano, latino, storia della filosofia, ecc… Per tutte queste ragioni, e altre ancora, non esiste nelle facoltà umanistiche la suddivisione in diversi livelli degli insegnamenti: con pochissime eccezioni, tutti gli insegnamenti potrebbero essere affrontati al primo anno. Anche le modalità dell'insegnamento sono dappertutto le stesse: non esistono a esempio seminari riservati agli studenti degli ultimi anni. E la didattica specificamente rivolta ai dottorandi semplicemente non esiste. (Generalmente i dottorandi lavorano a casa propria a un ampliamento della tesi di laurea).

Come saranno organizzati allora i corsi per le lauree specialistiche previste dal nuovo ordinamento e ora in fase di organizzazione? Il buon senso suggerirebbe che ciascuna facoltà scegliesse di concentrarsi su un numero ristretto di materie specialistiche su cui raccogliere un certo numero di docenti (che formino una massa critica) e poi di attrarre da tutta Italia un congruo numero di studenti interessati a quelle materie. Solo così evidentemente si può ottenere un insegnamento scientificamente competitivo sul piano internazionale evitando al tempo stesso di sperperare il denaro pubblico per il numero insufficiente di studenti.

Ebbene, possiamo tranquillamente e tristemente escludere che sia questo ciò che avverrà. Abbiamo visto che le facoltà minori tendono a promuovere i docenti locali e ad allontanare gli "esterni". Solo le università delle grandi città hanno spazio e risorse per crescere e quindi per specializzarsi chiamando da fuori studiosi bravi e soprattutto giovani. (Si tenga presente che l'età media dei docenti italiani è altissima e con l'età diminuisce la propensione alla mobilità e soprattutto all'innovazione). In tutte le altre è facile prevedere che non cambierà assolutamente niente. La composizione del corpo docente resterà quella che è. Gli insegnamenti esistenti verranno raggruppati in maniera diversa (a volte fantasiosa) e i docenti che riserveranno una frazione del loro tempo ai corsi del biennio specialistico, si rivolgeranno a un numero molto esiguo di studenti. Ma la maggior parte della didattica resterà inevitabilmente di livello introduttivo. A esempio, per organizzare un corso di epistemologia paragonabile a quello delle buone università europee o americane è indispensabile avere almeno tre o quattro docenti che si occupino di epistemologia e di materie affini e un congruo numero di studenti (anche gli studenti devono raggiungere una certa massa critica). Ora, le università minori sono molto lontane da questo traguardo e non si vede di quali strumenti dispongano per raggiungerlo. Non potendo far altro, saranno proprio i docenti migliori che si concentreranno sulla didattica di primo livello.

 

Tiriamo le somme. Ho sostenuto che nelle università minori sono all'opera meccanismi perversi che impediscono alla "riforma" universitaria di avere gli effetti sperati e a lungo andare porteranno alla loro fine. Ma non riponiamo troppe speranze nelle università maggiori: i meccanismi sono dappertutto gli stessi e la loro fine è un po' più lontana solo perché in questo momento hanno maggiori disponibilità. Questi meccanismi dipendono soprattutto dal fatto che i professori non hanno nessun interesse a perseguire gli obiettivi della riforma e a cambiare qualcosa nella didattica. Gli studenti, ammesso che si pongano il problema della qualità degli studi, non hanno modo di far sentire la propria voce.

In che cosa hanno sbagliato i governi (di centro-sinistra, perché sull'università quello di centro-destra sembra non aver niente da dire)? In sostanza, non hanno avuto coraggio: hanno introdotto una finta concorrenza tra le università perché non se la sono sentita di introdurre vincoli diretti e precisi tra la qualità della didattica, le scelte degli studenti, e le motivazioni personali dei docenti. Si sono affidati a marchingegni burocratici, esteriori e meramente quantitativi (tabelle, garanti, il semplice numero degli studenti senza nessun criterio di merito, ecc.) e non hanno proclamato a chiare lettere che l'università è un'istituzione meritocratica.

Avrebbero potuto fare qualcosa di meglio? Diciamo la verità, no. Ve l'immaginate un governo che abbia il coraggio di dire a tutti gli studenti che l'ammissione all'università che preferiscono devono guadagnarsela con un esame e altrimenti se ne vanno in una che non hanno scelto (ciò che svincolerebbe il prestigio di una università dalle sue dimensioni)? Che dica ai docenti (che in media hanno più di cinquant'anni e non hanno mai visto una didattica diversa da quella a cui sono abituati) che devono voltar pagina o altrimenti rimetterci col proprio stipendio? Che introduca qualche mobilità sia per gli studenti sia per i docenti? Io, francamente, non me l'immagino.

Ma si potrebbe fare qualcosa di buono, senza provocare una rivoluzione? Forse sì. Forse si potrebbero abbandonare al proprio destino (abbiamo visto quale sia) le attuali facoltà e creare istituzioni nuove, non appesantite da un corpo docente vecchio e ormai non riformabile, apertamente meritocratiche e aperte al confronto internazionale. Si parla molto di questi tempi di centri universitari di eccellenza e qualcosa si sta anche facendo. Ma si tratta di iniziative sporadiche. E invece il nostro sistema universitario e tutto il paese avrebbero bisogno di uno sforzo sistematico, almeno vagamente paragonabile a quello che stanno facendo altri paesi europei. Molti autorevoli interventi hanno recentemente richiamato l'attenzione sull'urgenza di una politica di sviluppo della ricerca scientifica, condizione strettamente necessaria al benessere del paese. Più modestamente, vorrei far osservare che le università italiane medie e piccole potrebbero trovare in queste nuove istituzioni — poche, agili, concentrate su temi di ricerca ben selezionati e molto competitive — il modo per sfuggire a un futuro di mediocrità. Ma bisognerebbe discutere seriamente di come dovrebbero essere e forse anche introdurre qualche regola comune.


MARCO SANTAMBROGIO insegna Filosofia del Linguaggio presso l'Università di Parma. Sui problemi dell'università italiana ha scritto Chi ha paura del numero chiuso? (Laterza, 1997) e numerosi articoli, anche su questa Rivista.

 
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