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Due/tre postille su Pinocchio/Benigni
PIERO CUDINI
Pubblichiamo l'ultimo articolo scritto per la Rivista dei Libri da Piero Cudini, eminente studioso e voce libera della critica letteraria italiana, scomparso il 5 novembre 2002.
Pinocchio, film diretto da Roberto Benigni
Venerdì 11 ottobre 2002, ore 20: incomincia, come sempre, il TG1. C'è in questi giorni la crisi della Fiat, si parla, tra lavoratori Fiat e lavoratori dell'indotto, di almeno quarantamila posti a rischio. Robetta, evidentemente. Infatti, il primo evento di cui dà notizia il più importante telegiornale italiano è l'uscita, quel giorno, del Pinocchio di Benigni in 940 sale cinematografiche italiane. O meglio: non si limita a darne notizia: c'è in studio il pluridecorato Roberto Benigni a dialogare da par suo, subito in avvio (ma poi riprenderà ampiamente la parola pure in chiusura di trasmissione), col conduttore del TG. Ci stiamo abituando (posso postillare con un "purtroppo"?) a ingoiare tutto, si perde il gusto dell'indignazione, non parliamo nemmeno dello smarrito senso del ridicolo ormai, a quanto pare, proprio inesistente se il presidente del Consiglio, fra le sue tante trouvailles, pensa bene di far pure del gossip su se medesimo e la sua amabile signora. A parlar di disoccupazione si passa, con ignominia quasi generale, da veterocomunisti. E così, ben venga l'ammodernata versione del panem et circenses, col giullare di turno che fa divertire il popolo-bue. Non v'è dubbio che gli operai di Termini Imerese, dopo aver sentito e visto Benigni impinocchiato al TG1, avranno riconsiderato sotto altra ottica, quasi con allegria, la prospettiva della chiusura della loro fabbrica (per esempio, potranno aver più tempo libero per andare a vedere e rivedere il nuovo capolavoro così è stato definito, a quanto pare, dal presidente della Repubblica, oltre che da Vincenzo Mollica , già in odore di Oscar, e forse, coi tempi che corrono, di santità).
Poi si va a vedere il film. È quasi impossibile non andarci: se ne parla da anni, quotidiani e settimanali ci inondano di foto, servizi, interviste col regista-protagonista, tutte le televisioni ne discutono, un profluvio di pubblicazioni pinocchiesche a latere, in edicole e librerie, dà per acquisita l'identificazione Pinocchio-Benigni e se nel week-end vuoi andare al cinema, non c'è molta scelta: una sala su tre è occupata da Pinocchio, nei piccoli centri con un unico cinema non c'è altro che Pinocchio. E poi, Pinocchio è un gran bel testo (per qualcuno io tra costoro è il più bel romanzo italiano dell'Ottocento), è nell'immaginario di tutti. E Benigni è un simpaticone, ormai, dopo La vita è bella e la performance sanremasca, piace proprio a tutti (o almeno: sembra voler piacere a tutti, non pare più il comunistaccio di un tempo; e se a qualcuno il suo nuovo corso non va bene, si rassegni a starsene in un angolino, a esser minoranza e le minoranze, si sa, di questi tempi non sono molto ben viste). Dunque, si va a vedere il capolavoro annunciato. E, sia detto davvero (tacitianamente) sine ira et studio, ci si annoia.
Lo so che la noia non è una gran categoria critica; anche se, in verità, penso che uno spettacolo dovrebbe magari farti indignare, imbestialire ma non farti annoiare (ma sarà colpa dell'incipiente mia vecchiezza, e mi rendo ben conto di esprimere solo un modesto parere soggettivo). Proviamo dunque, pur schematicamente, a ragionare un po' sul film. Idea/constatazione di partenza: a centovent'anni dalla sua uscita, dopo le infinite letture e riletture (anche cinematografiche) che se ne sono date, Pinocchio può essere, credo, illustrato o interpretato (cioè, in certo modo, svisato, riscritto: lo hanno fatto, tra altri, Malerba, Pinocchio con gli stivali, 1977, e Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, pure nel '77). Benigni sembra scegliere piuttosto la prima strada, si fa soprattutto illustratore, più che interprete e innovatore, del testo di Collodi. In ciò, mette da parte la straordinaria vitalità novecentescamente mostrata dal personaggio, capace, spesso, di generare situazioni ben al di là del suo specifico spazio collodiano. Ma questo, certo, non crea problemi: può darsi che il nuovo secolo tenda anche artisticamente (come in altri campi) a caratterizzarsi piuttosto come tempo di restaurazione. Fatto è che Benigni illustratore sembra, del libro di Collodi, trascurare quasi del tutto almeno due elementi fondamentali: il percorso d'iniziazione a un mondo adulto di fatica (il suo è un burattino sempre gioioso e scanzonato), il senso acuto, endemico, della miseria. L'ambiente che il suo film propone è una Toscana da pubblicità dell'ente del turismo, da cartolina splendidamente illustrata. Quando Pinocchio ha fame, nel libro (cap. VIII), Geppetto gli offre tre pere, e lo sprona a mangiar tutto, torsoli e bucce comprese; Pinocchio fa lo schizzinoso, chiede che le pere gli siano sbucciate, ma poi lo vince la fame, e mangia anche torsoli e bucce. Quando Pinocchio ha fame, nel film, Geppetto gli offre una pera, Pinocchio pretende che gli sia sbucciata, poi mangia la pera: stop. Nel libro (cap. XXIX), dopo un periodo in cui Pinocchio s'è ben comportato, la Fata gli promette di farlo diventare "un ragazzo per bene"; e di celebrare l'avvenimento, con amici e compagni di scuola, con una gran festa (che poi non si realizzerà: Pinocchio partirà infatti con Lucignolo per il Paese dei Balocchi) in cui ci saranno "dugento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di sotto e di sopra" (tutto qui, si pensi, il rinfresco predisposto da una Fata!). Nel film, si assiste alla fase preliminare della festa (Pinocchio se ne andrà comunque): gran salone, splendide torte, ragazzi bene abbigliati bel senso, insomma, di sfarzo e ricchezza. E si potrebbe continuare.
Così facendo, l'illustratore Benigni, forse pensando che non si possa spiegare a un bambino italiano del 2002 la povertà della Toscana ottocentesca (o forse mirando al mercato americano), perde alcune tra le connotazioni collodiane più forti; e il senso stesso di una tale operazione viene a illanguidirsi. Non si fa, in assoluto, questione di fedeltà al testo. Ma al momento in cui il film mostra di voler essere rispettoso della sua fonte, allora si tratta, anche, di vedere gli esiti di questo preteso (presunto) "rispetto". Riguardo al quale va aggiunta almeno un'altra considerazione. È vero che un burattino, direi: per statuto, non ha età. E però, che Benigni navighi intorno ai cinquant'anni si vede sin troppo; e non si palesano, almeno in questo film, qualità artistiche tali da farlo dimenticare. La sua finzione bambinesca sta tutta in un continuo, ripetitivo (noioso, appunto) ridere zompettare corricchiare, e parlare in un fastidiosissimo falsetto. Gli fa di tanto in tanto da contrappunto (intenzionale?) una Fata Turchina immobile asettica e inespressiva (Nicoletta Braschi). E un'invenzione un po' melensa, una farfalla pur essa turchina, eco, forse, della già dolciastra piuma di Forrest Gump, che riesce a rovinare l'unica bella invenzione del film, l'ombra di Pinocchio-burattino che rimane ad accompagnare Pinocchio-ragazzino-perbene, per poi abbandonarlo quando questi arriva al portone della scuola, e fuggirsene di corsa verso ipotizzabili nuove avventure e la farfalla turchina se ne svolazza via con l'ombra, e noi usciamo sbadigliando dal cinema, mentre Benigni-Pinocchio canticchia in falsetto sui titoli di coda.
PIERO CUDINI ha insegnato Letteratura italiana moderna e contemporanea alla Scuola Normale di Pisa. Ha pubblicato da Rizzoli: nel 1991 Il Datario 1900-1991; nel 1992, con Davide Conrieri, il Manuale non scolastico di letteratura italiana; e nel 1996 Che fai tu luna in ciel. Il Romanzo della letteratura italiana. Per i tipi di Bompiani è uscito nel 1999 il suo Breve storia della letteratura italiana. Il '900.
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