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Scuola: facciamoci del male
RICCARDO DI DONATO

1. Fine agosto: la signora in bianco

Non tutte le stagioni sono eguali: quest'anno la signora è andata in bianco.

Intendiamo innanzi tutto dire, come è chiaro, che la signora ministro della Istruzione (non più Pubblica) si è recata a Rimini al Meeting dei giovani di Comunione e Liberazione con un tailleurino candido che le ha impedito di fare la foto di gruppo monocolore dell'anno passato, quando aveva un tailleur in tinta con le magliette dei ragazzi di don Giussani.

Poi vogliamo dire che il successo della scorsa stagione non si è ripetuto e che anzi, la ricezione dei propositi del governo sulla scuola è parsa per niente entusiastica e anzi, quasi negativa. I cattolici integralisti son parsi addirittura rimpiangere la generosità del centro-sinistra che aveva lietamente aperto la via alle concessioni alla scuola privata nella illusione di consolidare la propria quota di consenso moderato.

A Rimini la Moratti non ha avuto fortuna.

Prima di lei, il nostro Pera, che appare sempre più impegnato a dar ragione a noi suoi convinti disistimatori, ha elargito leggerezze filosofiche su Platone fino a indignare tutti coloro che ne hanno letto più di dieci righe. Il filosofo cattolico del Sole 24 ore, Giovanni Reale, che di Platone si ritiene, in tutta modestia, semplice reincarnazione, ha rilasciato una lunga e brodosa ma infine severa intervista alla Repubblica negando al Pera platonico perfino la sufficienza: ai ciellini, dato che in qualche modo è riuscito a parlare male della sinistra, il presidente fazioso del Senato è, diversamente dalla Moratti, assai piaciuto.

Dopo la Moratti, a Rimini è arrivato — direttamente dalla Sardegna — il capo, anzi il Capo, in persona. Maniche di camicia, sudore a vista sul corpo gonfio, confidenze di Bush, ottimismo e promesse per l'economia, accuse a terroristi e sindacalisti cattivi e comunisti (dei giudici stavolta s'è dimenticato, pazienza), il cavaliere Berlusconi ce l'ha messa tutta e i dodicimila si son spellati le mani dagli applausi.

La Moratti, poverina, è invece in difficoltà.

I soldi non ci sono e la sua riforma non si può fare. Lo stridulo Tremonti sembra quasi divertirsi a dirle di no. Quest'anno nessuna assunzione. I vincitori di concorso, i precari, i diplomati delle SSIS sono così costretti, secondo le migliori tradizioni dei poveri, a litigare fra loro nella vana speranza di una supplenza annuale. Gli assessori regionali prendono le distanze perfino dal calendario scolastico. Quello della Sicilia, contagiato da una fortunata pubblicità, dice che lì fa caldo, scuole chiuse e quindici giorni di vacanze in più per tutti i ragazzi siciliani, che se ne ricordino quando diventeranno grandi e dovranno votare per governanti tanto generosi e lungimiranti.

I sindaci, guidati dal presidente dell'ANCI, il sindaco diessino di Firenze, che per un attimo ha trascurato la sua squadra del cuore, hanno negato l'avvio della sperimentazione richiesta dal ministro.

Nulla di ciò che un anno fa fu detto è stato fatto.

2. Fine stagione: la signora in rosso

Nell'età dell'immagine globale, i consiglieri del ministro della Istruzione non si occupano più di questioni noiose come i contenuti e le forme dell'insegnamento nella scuola. Scelgono i colori, studiano il ton sur ton e vanno al sodo. Una bella foto vale più di ogni discorso. Così, per la festa d'inaugurazione dell'anno scolastico, nella cornice solenne dell'altare della patria che da tre anni vede Ciampi salutare scolaresche festanti, i consiglieri della signora ministro hanno sentenziato la necessità di un repentino cambio di linea. Visto l'insuccesso di Rimini, si poteva pensare a un cambiamento delle proposte per la cosiddetta riforma della scuola. Non è stato così. I nuovi saggi hanno fatto osservare a Letizia Brichetto coniugata Moratti che, per quanto non proprio candido, il Vittoriano è decisamente bianco, l'esigenza fondamentale è così diventata quella di staccare, come si dice nel gergo dei cameramen che è montante anche entro quella che un tempo si chiamava Minerva. Il presidente Ciampi, sullo sfondo del bianco Vittoriano, è avvantaggiato, perché — salvo in Sardegna dove si mimetizza con la Marina — veste sempre di scuro. Così la Moratti l'hanno vestita con un tailleurino d'un bel rosso scelto a modo. Non il rosso volgare (quello dei comunisti, direbbe il Capo) ma un rosso con sfumature e tendenze inequivoche, un rosso chic e antiproletario. Ben vestita quindi e piena d'amor di patria rinnovato, dopo aver cantato l'inno di Mameli insieme con Ciampi e signora, con il fido Gifuni, sempre una fila dietro, e con tutti i ragazzi finalmente liberi di alzare la voce, la signora ministro ha ripetuto il suo discorso sulla riforma, anzi, come ora dice con aria assai compresa, sulla sperimentazione della medesima. Cerchiamo di capire in che cosa questa consiste. Tra i circoli scolastici che ne hanno fatto richiesta (gli zelanti si addensano nelle valli lombarde ma la velina azzurra ha trovato proseliti anche altrove) duecento fortunati potranno riaprire le iscrizioni e ammettere nelle scuole materne bambini di due anni e mezzo invece di tre e nelle elementari fanciulli di cinque anni e mezzo invece di sei. A questi fortunati saranno proposti i nuovi contenuti della scuola. La circolare del giorno dopo precisa che in ogni capoluogo sono state selezionate due scuole pubbliche e due private. In alcune regioni non c'è stata una ressa di aspiranti. A Firenze per ora l'unica certezza — a credere ai primi cronisti — è relativa all'adesione dell'Istituto del Sacro Cuore e del San Gaspare del Bufalo — sia nominato quest'ultimo pro veritate e senza alcuna volontà d'ironia o di allusione maliziosa.

La circolare morattiana appare in linea con l'orientamento del Capo per una ragione più sottile del solito. Il Capo ha capito che il presidente Ciampi è molto popolare. Come la matrigna di Biancaneve è da pensare che ne sia perfidamente geloso. Il mercato delle mele avvelenate o stregate essendo tuttavia, come tutti i mercati, in seria crisi, l'astuto Berlusconi ha escogitato una tattica vincente. Dopo che Biancaneve-Ciampi ha parlato, ogni volta, il matrigno Berlusconi gli dà vistosamente ragione e poi, qualche giorno dopo, fa, ancora più vistosamente il contrario di quel che Ciampi ha detto: capisca chi vuole capire. La Moratti, che ha una innegabile vocazione a essere la prima della classe berlusconiana, ha ascoltato compunta l'orazione presidenziale in difesa della scuola pubblica, e poi in un crescendo non proprio musicale è andata avanti con la sua sperimentazione fifty-fifty privato-pubblico e per sovrammercato ha sparato la circolare sui crocefissi nelle scuole. Chi vive in Toscana ha avuto così occasione di misurare la vastità dell'ecumene e la contraddittorietà dei tempi. Emergendo dall'amato Medioevo, il fiorentino Franco Cardini ha superato se stesso biasimando la Moratti per l'iniziativa (ah, se tutti i postfascisti — pardon, gli intellettuali della destra più estrema — fossero come lui...) e insieme lamentando il cattivo gusto dei suoi crocefissi scolastici, dozzinali e di plastica. Ma tutte queste sono, lo diciamo per primi, piccole e povere cose.

L'unica cosa seria e importante sulla scuola l'ha detta il documento che riassume i provvedimenti contenuti nella legge finanziaria per l'istruzione. Li cito senza aggiungere una virgola da un noto foglio sovversivo, La Stampa di Torino del sabato 21 settembre 2002: La Finanziaria varerà una vera e propria mini-riforma annuncia il cronista. Dal prossimo anno scolastico si tornerà al maestro unico pluridisciplinare, affiancato da altri insegnanti solo per l'insegnamento della lingua straniera e per il tempo prolungato. Sarà tagliato il numero delle classi e verranno ridotti del 40% i fuori-ruolo e del 20% il personale ausiliario. Si alza il rapporto fra insegnante di sostegno e alunni portatori di handicap. Molto si scrive, e spesso in modo vano, del rapporto tra i nomi e le cose. Se questa è la miniriforma: chapeau, signora Moratti. Attendiamo per la riforma completa le forche in piazza e il ripristino obbligatorio dei codini.

3. Fuori dal tempo: la scuola dei riformisti

Non so se per fortuna o per disgrazia, la circolazione dei periodici di sola politica è limitata e assai di rado esce dal novero degli specialisti. Anche questi d'estate si riposano e la circolazione del pensiero politico ne risulta ulteriormente rallentata e ridotta.

Viviamo tutti, semplici e intellettuali, di giornali e di tivvù. Quel che non passa almeno su uno dei quotidiani nazionali resta cibo per pochi eletti che volentieri ne discutono soprattutto tra loro.

Uscito in piena estate, il numero 3/2002 di Italianieuropei, il bimestrale dei riformisti italiani diretto da Giuliano Amato e Massimo D'Alema ospita quattro articoli che si occupano di istruzione. L'evento non ha fatto notizia ma è comunque positivo e merita il saluto festante di chi a lungo ha chiesto alla sinistra di riprendere a parlare di scuola dopo il fallimento berlingueriano e la timida transizione verso il male attuale che fu affidata, quasi con perfidia, a un galantuomo innamorato della scuola pubblica, Tullio De Mauro, che finì, trattenuto da chi avrebbe dovuto sorreggerlo se non spingerlo, per perdersi nei vasti saloni e corridoi del palazzo di viale Trastevere.

Gli articoli di Italianieuropei affrontano distinte questioni. Formazione, orientamento, storia politica e personale dei quattro autori appaiono diversi e richiederebbero una compiuta considerazione analitica. Procedo per esclusione riducendo a estrema sintesi tre dei quattro.

Vittorio Campione, che di Luigi Berlinguer ministro della Pubblica Istruzione fu — il preterito è d'obbligo — il principale collaboratore, impegnato a ritessere intorno alla riforma dei cicli la tela di una generazione di insegnanti — la nostra — cresciuta con il sogno della riforma della scuola, svolge qui considerazioni molto larghe, quasi aeree fino all'iperuranio dei principi. Campione è un nostro amico personale ed è un serio professionista che deve aver capito che aria tira: se un piatto c'è, stavolta evita accuratamente di metterci i piedi.

Norberto Bottani, esperto internazionale di questioni educative, impegnato nello svizzero Canton Ticino, rimpiange nel suo testo il fallimento della riforma della scuola avviata in Francia dai moderati, prima della parentesi del governo Jospin: va avvertito che può ricominciare a sperare.

Un dottorando di ricerca di una scuola, di quelle che oggi si dicono di eccellenza, lamenta, nel suo testo, la carenza di sbocchi lavorativi di élite per i suoi simili. Non ne farò il nome perché, a dispetto d'ogni cattiva impressione, è giovane e può ancora cambiare e redimersi.

Una analisi più articolata va infine riservata al contributo di chi è membro del comitato redazionale della rivista e dà all'insieme un collante di orientamento politico.

Claudia Mancina, per dieci anni deputato dei DS, riformista ante litteram scrive degli errori della Moratti e delle sviste dell'opposizione. La tesi che sostiene è molto semplice, quasi semplicistica. La Moratti ha fatto male a non seguire i buoni consigli della commissione presieduta dal pedagogista Bertagna che erano in sostanziale continuità con il disegno della riforma dei cicli non realizzata dal centro-sinistra. La sinistra ha fatto, se possibile, peggio, attaccando la linea della signora ministro invece di aiutarla a realizzare il disegno riformatore. Sconfitta in consiglio dei ministri la Moratti avrebbe così rinunciato alla riforma rifugiandosi in un patetico nulla ma — scrive la Mancina — l'opposizione non era più in grado di segnalare che l'articolato della Moratti non configura una riforma dei cicli, né bella né brutta, semplicemente lascia tutto così com'è. E quindi non era in grado di segnalare l'affossamento della riforma: l'esito più grave e più dannoso, ben più grave di quanto sarebbe stata una riforma un pochino più a destra di quella di Berlinguer. Con ciò l'opposizione rinunciava, in nome della propaganda antiberlusconiana, alla sua vocazione riformista...

Devo confessare di avere smesso da tempo di divertirmi quando leggo cose che mi paiono nonsense. Che cosa vuol dire una riforma un pochino più a destra di quella di Berlinguer? Su quale base, Claudia Mancina, ricercatrice di Filosofia morale — a quel che si apprende dal sito web della romana Facoltà di Filosofia — senza apprezzabili precedenti in materia di politica educativa e scolastica, esprime un simile giudizio?

La base deve essere quella stessa che la porta a concludere il suo testo scrivendo contro il movimento della sinistra per la riforma della scuola, velleitario ed estremista: Mettere in gioco un armamentario ideologico del tutto inadeguato ai problemi attuali, e già superato dalla sinistra, come quello che è stato usato per la polemica sulla formazione professionale, ha la stessa plausibilità e la stessa forza riformista che avrebbe richiedere ancora l'uscita dell'Italia dalla Nato. E, considerando il ruolo avuto dalla sinistra nelle ultime legislature, la stessa carica di autolesionismo che avrebbe mettere in discussione l'adesione del nostro paese alla moneta europea.

Avanti così, facciamoci del male. Che i comunisti non ricomincino a mangiare i nostri bambini...

Per quel che mi riguarda, voglio bene al mondo intero e provo un sentimento di sincera fraternità per quelli e quelle che cercano di cambiare le cose in una direzione che mi paia di progresso. Se questi sono i pensieri dei riformisti, mi sento di scrivere che non mi piacciono i pensieri dei riformisti. C'è di buono che anche i riformisti possono, come tutti, cambiare i loro pensieri, prima o poi. Tutto questo lascia un piccolo margine di ottimismo, indispensabile per chi si voglia progressista.

Ora, subito, io sento invece fortissimo il desiderio di un bel movimento di professori e studenti che sia capace di saldarsi con i sindacati e i partiti del centro-sinistra che chieda e ottenga cose buone per l'istruzione pubblica. Un movimento serio e severo, senza grilli parlanti, per favore, per il bene della scuola italiana. Grazie.


RICCARDO DI DONATO, direttore del Dipartimento di Filologia classica nell'Università di Pisa, insegna Letteratura greca, Antropologia del Mondo antico e Didattica del greco nella Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario. È stato membro della Commissione per l'attuazione della riforma dei cicli scolastici del ministero della Pubblica Istruzione. Autore di molti testi per la scuola, ha curato edizioni originali o traduzioni italiane di opere di E. de Martino, E.R. Dodds, M.I. Finley, L. Gernet, M. Mauss, I. Meyerson, A.D. Momigliano, M.P. Nilsson, J.P. Vernant, P. Vidal Naquet. Il suo ultimo libro è Hierà. Prolegomeni ad uno studio storico antropologico della religione greca (Edizioni Plus, 2001).

 
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