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Pubblicare e recensire
ROBERTO CALASSO e ROBERT SILVERS

Lo scorso maggio si è tenuta all'American Academy di Roma, che ringraziamo per l'ospitalità accordataci, una tavola rotonda sul primo numero di Adelphiana. La animavano Robert Silvers, direttore di The New York Review of Books e Roberto Calasso ideatore ed editore di Adelphiana. Pietro Corsi, direttore de la Rivista dei Libri, coordinava gli interventi, di cui riportiamo alcuni brani.

ROBERT SILVERS

Lavorando da una vita nelle riviste letterarie — ho cominciato con la Paris Review e con Harper's Magazine, prima di approdare alla New York Review of Books —, la nascita di una nuova testata mi incuriosisce sempre. E la curiosità, nel caso della nuova Adelphiana, è anche quella di vedere un editore noto per le sue idiosincrasie come Roberto Calasso gettarsi in un'impresa per definizione molto, molto ardua.

Devo dire che la prima impressione — impressione fisica, quasi tattile — è che questa Adelphiana sia un oggetto molto semplice e molto elegante. Se poi uno la apre, la sfoglia, capisce subito di avere per le mani qualcosa di davvero sorprendente. In effetti da un'austera rivista letteraria tutto ci si aspetterebbe tranne che le immagini al suo centro — scattate fra i Cinquanta e i Sessanta dal grande Philippe Halsman — di Groucho Marx, Richard Nixon, François Mauriac e altri ancora che saltano. Eppure in un certo senso è ovvio che sia così, perché la rivista è di per sé una serie di salti. La presentazione lo dice in termini abbastanza espliciti: "Adelphiana è stata pensata per accogliere testi di ogni genere, origine, epoca, collegati da una certa congenialità e affinità, per adiacenza o per contrasto, che starà al lettore scoprire".

Che starà al lettore scoprire… Ho idea che questa sia una dichiarazione molto, molto importante, e non a caso viene ripresa poche righe dopo, quando si dice che uno degli intenti della rivista è "… offrire un ventaglio di possibilità che ci piacerebbe fosse congeniale a quello di un lettore curioso di tutto". Il che è una sorta di impossibilità, ma al tempo stesso di fantastica possibilità. E questi elementi — l'apparente capriccio delle scelte, e il rigore, la coerenza che in realtà le governa, e che chi legge è in qualche modo chiamato a ripercorrere — si ritrovano non solo nell'accostamento dei testi, ma anche al loro interno. Basta una scorsa alle pagine per rendersene conto. Nel suo saggio sulle scienze cognitive, a esempio, Giuseppe Trautteur collega la cibernetica alla filosofia di Husserl — un salto imprevedibile, almeno quanto quello che porta dallo scritto di Trautteur al reportage di Simon Winchester sulla base americana di Diego Garcia, e da Diego Garcia al significato degli anelli nell'India del quarto secolo avanti Cristo e nella Bayreuth di Wagner secondo Wendy Doniger.

Personalmente, tuttavia, credo che il salto che Roberto ha più a cuore sia un altro ancora, quello che ci fa entrare nella "Libreria degli Scrittori", e cioè in quell'impresa dissennata che Michail Osorgin e i suoi amici tentarono provando a comprare e vendere libri nella Mosca del 1917, mentre tutto fuori era, come scrisse Blok, "un misto di agonia, orrore, penitenza, speranza". Qui arriviamo molto vicini alle idee che Roberto stesso mette in pratica nella vita di tutti i giorni, o meglio in uno dei suoi vari mestieri, che come sappiamo è quello di editore. Ora, Roberto è un uomo decisamente avverso alle teorie, o meglio alle teorizzazioni, eppure nel primo numero di Adelphiana qualche punto di vista sul proprio lavoro l'ha espresso. E a costo di prendermi troppo spazio in questo intervento iniziale — prometto che sarò più breve in seguito — qualche parola sul saggio di Roberto a proposito dell'editoria che chiude il volume vorrei spenderla. Ne vale certamente la pena, perché il testo getta su questioni e modi di pensare molto antichi una luce nuova, e per certi versi paradossale.

La prima illusione di cui un editore sensato deve sbarazzarsi, dice Roberto, è che con i libri — specie con i buoni libri — ci si possa arricchire. Al contrario i libri, nella loro storia, hanno prosciugato innumerevoli patrimoni. Ciò nonostante, il mondo editoriale esercita su quello della finanza — notoriamente avverso ai progetti in perdita — un'attrazione irresistibile. Le ragioni di questa attrazione non sono del tutto chiare. Forse hanno a che vedere col fascino che l'editoria emana per essere — nei casi migliori — una forma d'arte. E qui Roberto si richiama a un precedente illustre, quello di Aldo Manuzio, che è stato forse il primo a pensare l'editoria, appunto, come forma. Per Aldo era una forma il libro come oggetto fisico, naturalmente — la copertina, la grafica, l'impaginazione. Ma lo era anche la scelta dei titoli.

Aldo pensava che tutti i libri pubblicati dallo stesso editore andassero visti come anelli di un'unica catena, o come frammenti, come capitoli di un unico, grande libro, che era poi il catalogo di quell'editore. E in questo Roberto — insieme a Kurt Wolff e a pochi altri — si può davvero considerare l'erede di Aldo, di un editore cioè capace di stampare il più bel libro di sempre, l'Hypnerotomachia Poliphili, ma anche piccole edizioni — economiche, diremmo oggi — di Sofocle. È un esempio che Roberto esorta apertamente a seguire. Qualcuno in effetti lo segue. Pensate a Gallimard, che stampa la "Pléiade" ma anche la "Série Noire". E pensate ai titoli di Adelphi e a quelli di Adelphiana.

Ma credo di avere parlato abbastanza. Ora vorrei ascoltare, da Roberto, un breve racconto: il racconto di come i materiali assai eterogenei contenuti in questo primo numero hanno finito per assumere quella forma, diversa da tutte le altre, che è la forma di una rivista.

ROBERTO CALASSO

L'eterogeneità di cui parli era di fatto un punto di partenza per Adelphiana. E poteva essere vista da due angolature: da una parte, spingendo al massimo l'eterogeneità si poteva sperare di fare qualcosa che non somigliasse a nulla di già esistente; dall'altra, si avviava una scommessa: che ci fossero dei lettori così curiosi da leggere tutti quei materiali così disparati con passione. E in realtà un campione di quei lettori esiste: sono le persone stesse che fanno la rivista.

Questo punto dello scarto rispetto all'esistente mi riconduce alla tua rivista. Perché penso che la prima cosa da dire rispetto alla New York Review of Books riguardi, anche qui, la forma — e per la precisione il fatto che, sin dal primo numero, la NYRB abbia avuto una forma non confondibile con alcuna di quelle che aveva intorno. E quel carattere di unicità si è mantenuto negli anni.

La storia è nota: tutto comincia con un grande sciopero della stampa, nel 1963. Gli editori, invece di essere contenti perché avrebbero potuto approfittare della situazione per vendere più libri, sono disperati per l'improvvisa mancanza di recensioni e di spazi pubblicitari. La NYRB nasce in quel momento. Ideale, ovviamente, per farsi notare. Dunque: circostanze accidentali ma forma tutt'altro che accidentale. Perché Silvers e i suoi capiscono che devono distaccarsi subito e radicalmente proprio da quella forma di rivista con cui erano cresciuti, che corrispondeva in larghi tratti a quella della Partisan Review: alte ambizioni letterarie e politiche, ma ormai un po' sclerotiche, prive di agilità. Occorreva rovesciare i termini: mettere in primo piano il paesaggio dei libri che appaiono e provare a esercitarvi quella certa specie di giudizio rigoroso, ben articolato ed espresso, che era ormai diventato una rarità. Un obiettivo primario era riuscire a percepire il polso dei libri (e, conseguentemente, di tutto il resto).

Ricordo una frase di Bob Silvers, detta come parlando a se stesso: "Vediamo di che cosa è fatto questo libro". In questa frase c'è un po' il segreto della rivista: l'imperativo di osservare, riconoscere e descrivere con precisione di che cosa sono fatti i libri — o anche gli eventi. Criterio molto semplice, ma sconvolgente se bene applicato. È quello che permette, per esempio, di distinguere subito i rari libri sostanziosi dai moltissimi inconsistenti e pretenziosi. Questo ha fatto sì che a distanza di anni si assistesse a quel curioso fenomeno per cui, se due persone vagamente colte si incontrano per la prima volta in un aeroporto o in un albergo — a Singapore, a Londra o a Buenos Aires — ci sono buone probabilità che a un certo punto si mettano a parlare di un articolo uscito sull'ultimo numero della NYRB. Negli anni Venti avrebbero parlato dell'ultimo numero della Nouvelle Revue Française. Oggi, nessuna rivista offre una base così sicura di comune interesse come la NYRB. Ma come fanno queste forme a rendersi percepibili e a imporsi?

La mia speranza è che, con Adelphiana, possa succedere qualcosa di simile a quanto accadde con la Biblioteca Adelphi. Nei primi anni molti ci chiedevano: ma che cos'è questa collana? Il primo titolo era L'altra parte di Kubin, romanzo visionario e fantastico scritto all'inizio del Novecento. Poi seguivano i trattati sul teatro nô di Zeami, quindi il lettore si trovava sbalzato nel Giappone esoterico. Poi c'era Padre e Figlio di Edmund Gosse, mirabile racconto di un'educazione in età vittoriana. Poi Artaud e i suoi Tarahumara. C'era evidentemente di che rimanere sconcertati, soprattutto alla metà degli anni Sessanta. Ma col tempo, finalmente, si è imposta la visione contraria: non solo i lettori ma i librai hanno capito che quei libri stavano insieme, che un lettore di queste opere totalmente differenti per epoca, genere, forma, esperienza passava facilmente — anzi desiderava passare — dall'uno all'altro. Allo stesso modo spero che il lettore di Idel e delle sue riflessioni sul sogno e la Cabbala passi facilmente alle scienze cognitive dissezionate da Trautteur e all'Afghanistan di qualche anno fa evocato da Sulzberger, fino alla storia della base di Diego Garcia evocata da Winchester.

ROBERT SILVERS

Ascoltando Roberto pensavo che forse il tratto comune fra la nascita della NYRB e quella di Adelphiana è il desiderio, la voglia di intervenire, di cambiare i termini e la posta in gioco.

Certo, noi siamo stati aiutati dalle circostanze. In un certo senso, la situazione del 1963 era favorevolissima, perché chiunque avrebbe potuto aprire una rivista, in quella situazione — bastava conoscere qualche scrittore disposto a collaborare, magari gratis: il resto lo avrebbe fatto la fame di pubblicità degli editori. Be', noi eravamo tutti editor, e qualche scrittore — McCarthy, Auden, Mailer, Styron e così via — lo conoscevamo… E avevamo una consapevolezza comune, cui qualche tempo prima aveva dato voce Elizabeth Hardwick, una nostra grande scrittice.

Quando lavoravo a Harper's le avevo chiesto un pezzo sulle recensioni letterarie. Lei me lo diede, ed era un bellissimo pezzo, con una parola chiave: "declino". Secondo Hardwick, un certo tipo di recensione garbata, asettica, superficiale è la spia sicura di un disagio della società letteraria. E negli ultimi anni il vecchio New York Times pubblicava quasi solo articoli di quel tipo. Bisognava quindi ritrovare passione, carattere, eccentricità. Fu in questo spirito, direi con questo programma che ci mettemmo al lavoro. Ed è uno spirito che ritrovo anche in Adelphiana. Detto questo, vorrei entrare un po' nel corpo delle scelte — e delle esclusioni — attuate da Roberto. Alcune mi sembra non richiedano spiegazioni. Non saprei cosa eccepire all'idea di pubblicare due grandi autori del nostro tempo — e due illustri collaboratori della NYRB, peraltro — quali Charles Simic e Isaiah Berlin, anche se le pagine postume di quest'ultimo su, o meglio contro, il pregiudizio sono di straordinario interesse, e possono essere considerate un manifesto programmatico: certamente nostro, e probabilmente, se conosco Roberto, anche della sua Adelphiana.

Ma altre proposte invece mi incuriosiscono. Penso soprattutto a un mio caro amico, Cyrus L. Sulzberger, che è stato a suo tempo un notissimo inviato del New York Times. Di quest'uomo, che dava del tu a tutti i grandi della sua epoca, da Tito a De Gaulle a Eisenhower, oggi, anche in America, nessuno si ricorda più. Eppure le sue corrispondenze e soprattutto le sue pagine di diario hanno la caratteristica di sembrare sempre scritte pochi giorni prima, come dimostrano le note sull'Afghanistan che Adelphiana ripropone. Risalgono al 1950, ma leggendo il colloquio con il re di allora — che è poi lo stesso Mohammad Zahir Shar appena rientrato a Kabul — viene automatico controllare in continuazione la data, per dissipare l'illusione ottica che si stia parlando di queste settimane, degli ultimi giorni. E allora vorrei sapere da Roberto come diavolo è finito sulle tracce di Cyrus .

ROBERTO CALASSO

È stato Matteo Codignola, uno dei collaboratori della rivista, a proporlo. E abbiamo subito capito che funzionava, perché in quel periodo leggevamo ogni giorno una quantità di cose sull'Afghanistan, cose che quasi sempre erano vacue, una lista di nomi senza contenuto: Sulzberger ci ha dato la direzione verso cui guardare, il che significa guardare verso quello che veniva e viene tuttora chiamato il Grande Gioco, la lunga sequenza di guerre, avventure, intrighi di varia natura che va avanti da duecento anni in quei luoghi e che continua ancora oggi. Dunque è così che ci siamo imbattuti nell'articolo.

Per quanto riguarda Berlin, direi semplicemente questo, ossia che Bob Silvers ha immediatamente isolato dall'indice dei contenuti il pezzo che ha il maggior valore simbolico. Si dà il caso che per entrambi Berlin sia stato una specie di nume tutelare, che ha vegliato su di noi per anni. Prima di tutto per le ragioni cui Bob ha accennato: Berlin è stato una terapia meravigliosa contro una delle malattie più diffuse con cui conviviamo, che è il militantismo, definibile come lo stato di colui che sa cosa pensare di qualsiasi cosa prima ancora di averci pensato. E naturalmente per il bene della causa. È vero che i disastri delle buone cause furono irrisi già più di centocinquant'anni fa nell'Unico di Stirner. Ma il morbo è tenace e c'è sempre bisogno di qualche nuovo contravveleno. Berlin, con la sua sapienza e la sua ironia, è stato il perfetto antidoto. Era l'uomo che amava la pluralità in sé, perché gli piaceva la molteplicità della vita. Era un sollievo all'ossessione dell'unità, perché era un uomo curioso, felice di scoprire le peculiarità di ciascuno. Voleva capire come ciascuno era fatto, non voleva una teoria che inglobasse in sé tutto e tutti. Sapeva benissimo che ogni società vivibile deve essere basata su una serie di compromessi.

ROBERT SILVERS

Su questo — sulla necessaria, relativa libertà da fanatismi e monomanie politiche, razziali o religiose, e sulla parallela necessità di compromessi — siamo certamente d'accordo. E non speravo di strappare a Roberto una presa di posizione così netta contro il militantismo. Ma c'è un altro elemento comune a questi testi su cui vorrei Roberto ci dicesse qualcosa, e questo elemento comune è che tutti intrattengono un rapporto non volgare con il mistero. Tuttavia, quando si chiamano in causa parole come "religioso" o "mistico" si rischia di incappare in temibili equivoci — alcuni dei quali vorrei appunto chiedere a Roberto di dissipare subito.

ROBERTO CALASSO

Nella parola "religioso" si cela il contenuto sommerso della nostra cultura. Con notevole ingenuità, molti pensano — nella società secolarizzata — che "religioso" stia per un interesse settoriale di alcune persone che si raccolgono periodicamente nella chiesa più vicina. E, come tale, qualcosa di scarso significato, tendenzialmente da evitare. Questo è un esempio di quella cecità diffusa sotto forma di buon senso intorno a noi. E ha provocato uno spaventoso impoverimento della cultura che ci circonda. Basta invece aprire le pagine di un grande studioso delle civiltà antiche, da Granet a Mauss a Dumont a Malamoud, per capire che la parola "religioso" concerne il tutto di una civiltà, anche là dove il religioso stesso viene negato.

Ma vorrei dare un esempio di questa cecità connesso al nostro argomento di oggi, la storia delle riviste. Bene, dal 1969 al 1983 in Italia ci fu una rivista notevole diretta da Elemire Zolla. Si chiamava Conoscenza religiosa. Per alcuni anni fu una delle più interessanti al mondo. Veniva pubblicata da una casa editrice impeccabilmente di sinistra, "La Nuova Italia". E cosa accadde?

Semplicemente nulla, non ricordo di aver visto non solo una discussione, ma nemmeno un singolo articolo che trattasse di quella rivista in quindici anni. Oggi, con un ventennio di ritardo, si sente dire: "Ah, Conoscenza religiosa quella sì era una rivista", ma allora nessuno la leggeva, nessuno ne parlava. Perché? Ricordate quegli anni? Erano gli anni in cui anche il nome "letteratura" era uno dei soliti sospetti. Era normale, allora, sentir parlare persone rispettabili in termini non dissimili da quelli usati nei volantini delle Brigate Rosse lasciati nei cestini della spazzatura. Tanti dicevano che il nostro mondo faceva schifo, che l'unica via era la violenza (naturalmente "di massa", quella buona, come si usava dire allora). Erano frasi normalissime, tipiche del momento, e a pronunciarle erano le stesse persone che non avrebbero mai letto quella rivista, anche solo per via del suo titolo, che la relegava automaticamente fra le cose da non leggere.

ROBERT SILVERS

Be' in questo senso sì, militare contro il militantismo mi sembra davvero giusto. E può risolvere alcuni nostri mali. Poi ce ne sono altri, che riguardano quel sottoinsieme del mondo attuale che un tempo si definiva République des lettres. Che è poi il mondo cui Roberto, Pietro, io, molti di voi che ci ascoltate apparteniamo. Che cosa significa, oggi, appartenere a questa confraternita? Qualcosa di assimilabile a un impiego ministeriale, o nel migliore dei casi a una professione?

Nient'altro? Io spero di sì, ed è contro questa sonnolenza di ciò che rende i libri degni di essere letti — il rigore, il capriccio, il gusto insomma — che, come dicevamo all'inizio, bisogna lottare.

Ma poi la République in quanto tale esiste ancora? Una volta Roberto mi ha detto, se non ricordo male, che i lettori assidui, in Italia, sono oggi circa ottomila — più o meno gli stessi, se andiamo a vedere, di un secolo fa. Vorrei una conferma o una smentita di questo numero — e vorrei anche sapere se ottomila potenziali lettori bastano, secondo Roberto, per varare una nuova rivista.

ROBERTO CALASSO

Le cifre delle tirature sono sempre sorprendenti e invitano a fantasticare in varie direzioni. Soprattutto se si mettono a confronto le pochissime copie spesso circolanti di alcuni testi e i loro, a volte vastissimi, effetti. La Nouvelle Revue Française, nel momento di massimo fulgore, non tirava più di duemila copie. Corona, la rivista della cerchia di Hofmannsthal, oscillò sempre fra le ottocento e le milletrecento. E da altri esempi si ricava l'impressione che i libri siano fra le poche cose che si permettono di ignorare la demografia. Il Discours de la méthode di Descartes fu pubblicato in duemila esemplari e, se Descartes fosse un illustre epistemologo di oggi, forse una University Press si terrebbe su quelle stesse cifre — anzi, magari per prudenza ne farebbe milleottocento.

Il fatto è che i grandi editori accademici ragionano in termini di centinaia di copie, mai migliaia. Questo significa che alcuni testi importantissimi raggiungono solo il ristretto gruppo di lettori in grado di comprenderli. Pensate a quello che rimane l'articolo forse più influente di tutto il Novecento, e cioè il testo di Gödel sull'indecidibilità. Bene, alla sua uscita, nel '31, le persone in grado di coglierne il vero significato saranno state qualche decina, non di più. Eppure le sue conseguenze, negli anni successivi, sono state incalcolabili. Credo sia per questa ragione che da quattro decenni la NYRB chiede alle venti persone in grado di capire questo o quell'argomento fino in fondo di esporlo, in termini molto chiari, a un pubblico più vasto.

ROBERT SILVERS

È vero — almeno secondo noi. Siamo convinti che qualsiasi testo — anche un articolo su una forma eterodossa di socialismo, o su qualche arcano principio fisico — possa trasmettere una sorta di entusiasmo intellettuale al lettore. Ma per ottenere un risultato soddisfacente bisogna superare convenzioni e pregiudizi. Per questo se dobbiamo commentare un fatto politico preferiamo chiamare uno scrittore, piuttosto che un politologo. Crediamo che ciò di cui sia noi sia soprattutto i lettori abbiamo bisogno è una miscela di chiarezza, originalità, eleganza, severità e soprattutto passione. Se un pezzo è fiacco, lo scartiamo, chiunque lo abbia scritto. E se è forte, lo pubblichiamo, anche se magari attacca, o stronca, qualche mostro sacro. Come penso si intuisca, l'informazione libraria pura e semplice è solo uno dei nostri scopi, comunque non il principale.

PIETRO CORSI

A mia esperienza, questo orientamento paga. Il pubblico lo condivide. Però non è facile perseguirlo sino in fondo. Come forse qualcuno sa, per un certo periodo della sua vita il Times Literary Supplement, che rimane una delle testate letterarie più autorevoli al mondo, pubblicava i propri articoli e le proprie recensioni — spesso tutt'altro che benevole — in forma anonima, sperando così di mettersi al riparo dagli articoli precotti, scritti per farsi un amico o non farsi un nemico. A lungo andare, la pratica è stata abbandonata, un po' perché il pubblico voleva "vedere" le firme, e un po' per il ripetersi di equivoci incresciosi, come quando un prestigiosissimo collaboratore della rivista si vide recapitare le bozze di una feroce stroncatura di un suo libro a opera di un altro illustrissimo collaboratore, oltre che suo maestro — che naturalmente avrebbe dovuto rimanere anonimo.

Devo confessarvi che per un certo periodo sono stato disposto a correre il rischio di finire a mia volta in una commedia alla Feydeau, e di proporre anche sulla nostra Rivista le recensioni anonime. Per il momento ho accantonato l'idea, che in Italia — paese com'è noto ad altissima concentrazione di primedonne — appare ancora meno praticabile che altrove. Ma continuo a pensare che occorra vigilare sulla tentazione — cui a esempio i francesi cedono spesso —, di presentare ogni libro in uscita come un capolavoro incontournable. E da questo punto di vista la saggezza della NYRB può insegnarci molto.

ROBERTO CALASSO

In effetti, nella NYRB senti in azione una sorta di mente non disposta a lasciare passare la prosa sciatta. Nel TLS — che pure considero una delle grandi istituzioni su cui si basa il mondo occidentale — no . Senti che ci sono alcuni recensori ottimi, altri meno. E poi trovi vari articoli di persone affidabili che seguono una buona tradizione. Lo si legge con piacere, si imparano molte cose, ma non si ha mai quella sensazione di avere fra le mani qualcosa che, nel suo insieme, ha una fisionomia inconfondibile. Anche perché la scelta dei libri di cui parlare è piuttosto accidentale, mentre nella NYRB è sottilmente ragionata.

In breve, nel TLS si avverte una certa debolezza in due elementi: uno è la forma, appunto, e l'altro il giudizio — non del singolo, ma della rivista nel suo insieme. Due parole antiquate, ma necessarie. Chi scrive deve averne nozione, ovviamente. E chi legge deve percepirli da solo, senza bisogno di alcuna pedagogia. Il vero trucco — e anche il vero divertimento — del mestiere di editore sta innanzitutto qui, nel far tornare questo strano conto.

ROBERT SILVERS

Credo che Roberto possa tranquillizzarsi, a questo riguardo. Almeno a giudicare dal primo numero, una forma Adelphiana ce l'ha. E un giudizio sulle cose che ci circondano, anche, magari implicito, pure. Insomma vorrei chiudere ringraziandolo. Per l'ironia, l'imprevedibilità e il coraggio che le pagine della sua nuova rivista sprigionano. E anche per aver salvato, o tentato di salvare, insieme all'idea stessa di una rivista, anche un vero e proprio genere letterario — forse quello esposto, più di ogni altro, al rischio di estinzione.

 
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