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FEDERICO RAMPINI: Perché Le Pen?

GUY HERMET, Les populismes dans le monde, Parigi, Fayard, 2001, pp. 476, E 29,00

JOEL KOTKIN, "Reports of L.A.'s Demise Greatly Exaggerated", Los Angeles Times, 28 aprile 2002

ALEXANDRE DORNA, Le populisme, Parigi, Presses Universitaires de France, collection Que sais-je, 2001, pp. 126, E 6,50

PIERRE HÉRITIER, Gouverner sans le peuple, pref. di Yves Mény, Parigi, Les Éditions de l'Atelier/Les Éditions Ouvrières, 2001, pp. 175, E 17,00

Negli anni Settanta l'Italia era convinta di essere — con Enrico Berlinguer, l'eurocomunismo e gli asili modello dell'Emilia Romagna — il "laboratorio politico" della sinistra europea. Furono in pochi allora ad accorgersi che il nostro paese era il laboratorio di una nuova destra europea. Il 5 febbraio 1972 nasceva il Front national pour l'unité française, che eleggeva come presidente Jean-Marie Le Pen. Anche se il nucleo fondatore proveniva dalla vecchia formazione filonazista Ordre Nouveau e quattro membri della segreteria su cinque erano reduci del governo collaborazionista di Vichy, Le Pen volle come emblema una riproduzione fedele della fiamma tricolore del Movimento sociale italiano. Il partito di Giorgio Almirante, che all'epoca aveva una cinquantina di parlamentari, era considerato un modello da emulare. L'interesse per l'Italia aveva anche altre facce. L'operazione politica di Le Pen era stata preparata sul terreno culturale da due pensatoi della nuova destra francese: il Club de l'Horloge dove i nazionalisti si incrociavano con gli economisti ultraliberisti, e il GRECE (Groupement des recherches et d'études pour la civilisation européenne) di Alain de Benoist, che non nascondeva il suo interesse per il pensiero di Antonio Gramsci.

Trent'anni dopo la sua nascita, però, il percorso del Front national si distingue nettamente da quello dell'ex Msi, oggi l'Alleanza nazionale di Gianfranco Fini. Da una parte Le Pen non è riuscito a "sdoganarsi", a diventare il capo di un partito rispettabile e legittimato a governare (salvo che a livello locale): anche perché, a differenza di quanto è accaduto in Italia, la destra moderata francese non è stata disponibile a sdoganarlo, restando fedele alle origini antifasciste del gollismo pur a costo di sconfitte elettorali. D'altra parte il Fronte nazionale ha avuto effetti più dirompenti sulla scena politica francese ed europea da quando è riuscito, secondo le parole dello storico francese Michel Winock, «a realizzare ciò che nessuno dei suoi predecessori aveva saputo costruire, cioè l'unione di tutti gli scontenti, tradizionalisti e integralisti cattolici, nostalgici e neonazisti, neopoujadisti, antisemiti, nazionalisti» e soprattutto «gente qualunque spaventata dai grandi cambiamenti socioeconomici, dall'aumento della criminalità, dalla violenza della civiltà urbana».

Con il successo del suo slogan "La France aux Français", Le Pen è stato il precursore di un'ondata di neopopulismo di destra che è cresciuta in quasi tutta l'Europa, ed è ormai una componente importante nella geografia politica del Vecchio continente. Alle ultime elezioni legislative i partiti xenofobi hanno ottenuto il 27% dei voti in Austria, il 23% in Svizzera, il 12% in Danimarca. Alle municipali di Anversa, in Belgio, il Vlaams Blok nazionalista e razzista ha raggiunto il 40%. A Rotterdam, nel cuore della ricca e tollerante Olanda, un terzo degli elettori ha appoggiato Pim Fortuyn, leader gay e populista, autore di un libro «contro l'islamizzazione della nostra cultura», che nei suoi manifesti politici dichiarava: l'Olanda è ormai «piena» (Fortuyn è stato assassinato il 6 maggio). Metà degli olandesi sotto i 30 anni afferma nei sondaggi di essere d'accordo con la sua proposta di vietare l'immigrazione dei musulmani. Pur con origini e ideologie diverse, questi partiti hanno tre ossessioni in comune: la criminalità, l'immigrazione, la perdita dell'identità nazionale. Queste paure si collegano in parte a una visione minacciosa, mitologica e catastrofista della globalizzazione, che caratterizza anche i populismi dei paesi emergenti, nel mondo islamico, in Asia o in America latina.


Quel che conta è la rappresentazione di un pericolo, non la sua realtà. Il populismo alimenta pregiudizi e paure che non hanno necessariamente un riscontro reale. Contrariamente al senso comune, la xenofobia non è più forte là dove ci sono più immigrati; l'insicurezza non è più acuta dove c'è più criminalità. L'organizzazione olandese International Crime Victims Survey, patrocinata dalle Nazioni Unite, rileva che la Svezia ha indici di criminalità più alti della Francia e del Portogallo; eppure il 74% degli elettori di Le Pen cita l'insicurezza tra le motivazioni del voto, il 27% dei portoghesi ritiene di vivere in una società pericolosa, contro il 15% degli svedesi. L'Australia e la Gran Bretagna hanno indici di criminalità simili fra loro, ma in Australia è nato un forte movimento law and order, di destra e xenofobo, in Gran Bretagna no. In Belgio l'estrema destra del Vlaams Blok è forte nelle Fiandre settentrionali, eppure la criminalità è più alta nelle regioni francofone del Sud.

La paura si alimenta di simboli e può avere origine in fatti lontani dalla propria esperienza quotidiana. In Francia i telegiornali hanno ripreso più volte lo spettacolo delle periferie urbane degradate dove bande di giovani immigrati si scatenano in atti di vandalismo (incendiare automobili è uno dei passatempi preferiti) senza che la polizia osi intervenire; questo dà il senso che le forze dell'ordine sono diventate impotenti, che hanno perso il controllo di interi pezzi del territorio nazionale; l'angoscia che ne deriva può colpire i ceti e le persone più deboli o impressionabili, a prescindere dal fatto che la violenza sia effettivamente vicina o lontana dal loro vissuto quotidiano. La mappa geografica del voto per Le Pen infatti non coincide sempre con le zone di maggiore immigrazione o disagio sociale (una delle sue roccaforti elettorali, la provincia di Strasburgo, ha il tasso di disoccupazione più basso di tutta la Francia). Come sostiene Guy Hermet nel saggio Les populismes dans le monde: «Nelle società ricche o emergenti il populismo dei moderni traduce la protesta di categorie sociali non inferiori bensì mediane, che rifiutano il riconoscimento abusivo concesso a popolazioni indigenti».

La spiegazione deterministica secondo cui è l'immigrazione ad alimentare la xenofobia, è smentita nel modo più efficace dagli Stati Uniti, paese con una percentuale di popolazione immigrata molto più alta che in Europa e tuttavia privo oggi di un significativo populismo di destra xenofobo. L'unico politico, della destra repubblicana, che fa campagna per limitare l'immigrazione negli Stati Uniti, cioè Pat Buchanan, ha avuto l'1% dei voti alle ultime elezioni presidenziali. Gli europei che non vogliono misurarsi con il caso americano hanno un argomento pronto: per l'America è tutto più facile, dicono, non si possono fare paragoni perché è una nazione costruita sull'immigrazione. Questa affermazione è al tempo stesso banale e inesatta. Gli Stati Uniti nella loro storia hanno avuto lunghe fasi di chiusura e rigetto nei confronti dell'immigrazione straniera; hanno conosciuto culture razziste nel ceppo etnico fondatore e dominante (i Wasp, bianchi anglosassoni protestanti); hanno sperimentato discriminazioni e punte estreme di violenza interetnica. L'elevato livello attuale di accettazione dell'immigrazione è frutto di una conquista, non ha nulla di naturale né di innato. Per capirlo basta ricordare quel che è accaduto nell'arco di soli dieci anni a Los Angeles, teatro nel 1992 dei più gravi disordini razziali nella storia americana (54 morti, migliaia di feriti e di arresti, un miliardo di dollari di danni per i saccheggi e gli incendi che durarono fino all'intervento dell'esercito federale).

La metropoli californiana di oggi, pacificata e tollerante, è irriconoscibile rispetto a quella di dieci anni fa. Per uscire da quella crisi ha importato più immigrati, non ridotto i flussi. Latinoamericani e asiatici sono il motore di un boom demografico che ha contribuito alla crescita economica degli anni Novanta. Una società aperta e flessibile, meritocratica e dinamica, ha incoraggiato le vocazioni imprenditoriali di molti immigrati. Cittadini provenienti da nazioni che si odiano e si combattono — Israele, Irak, Iran, paesi arabi dell'Africa settentrionale — a Los Angeles hanno contribuito assieme a creare un distretto industriale della moda che fattura 22 miliardi di dollari all'anno. Molte attività economiche e commerciali sono in mano ai cinesi, agli indiani, ai coreani. «In una generazione, l'economia cittadina è passata da multietnica a postetnica», ha recentemente scritto sul Los Angeles Times il geoeconomista Joel Kotkin.

Più che nell'economia, è nella politica che bisogna trovare la spiegazione. Il sistema americano è quello che incoraggia maggiormente gli stranieri ad acquisire la cittadinanza; è quello che promuove più rapidamente le élite immigrate nella sua classe dirigente, integra le nuove etnie nella rappresentanza politica, le incoraggia a trasformare la protesta in una mediazione di interessi all'interno del sistema politico. La rapida assunzione delle élite immigrate nella classe dirigente americana ha al tempo stesso un effetto disciplinante sugli stranieri, e di legittimazione della democrazia statunitense. Dieci anni dopo la guerra civile che oppose neri, ispanici e asiatici, Los Angeles ha un capo della polizia nero e gran parte degli amministratori della contea sono di origine messicana.


Nella stessa Europa la diversa permeabilità dei singoli paesi rispetto al neopopulismo di destra, sembra indicare che il problema sta nella "offerta politica", cioè nelle qualità dei partiti tradizionali. A conclusione della sua storia sociologica dei populismi, Hermet si chiede: «Perché la Gran Bretagna, la Germania e la Spagna non hanno visto nascere quelle grandi formazioni populiste che invece hanno sconvolto il panorama dei partiti in Austria, in Belgio, in Francia o nei paesi scandinavi? … In Germania sia il populismo moderato che l'estrema destra autoritaria non sono mai riusciti a occupare più di uno spazio marginale, al di là di anomalie locali concentrate nella parte orientale. … Con una legge elettorale abbastanza simile, l'Italia invece ha registrato una vera e propria rotta dei partiti classici di fronte ai concorrenti populisti di ogni colore … La spiegazione sta nel modo in cui i grandi partiti tradizionali in Gran Bretagna, Germania e Spagna sono riusciti a non dare spazio al populismo nei suoi terreni di predilezione».

Hermet sottolinea l'attenzione di Tony Blair a non lasciare mai alle destre la bandiera della lotta alla criminalità; individua errori specifici commessi da altri partiti tradizionali: per esempio l'uso cinico e spregiudicato che la sinistra francese sotto François Mitterrand fece di Le Pen, aiutandolo a rafforzarsi (per esempio con l'introduzione delle legge elettorale proporzionale nel 1986) perché togliesse voti ai gollisti. «Era un calcolo destinato a prolungare il più possibile una sorta di abbonamento della sinistra alle responsabilità di governo, mettendo fuori circuito l'elettorato dell'infernale Front national. Poiché gli odori insopportabili del Front intossicavano i concorrenti naturali della sinistra fino ad asfissiarli e la semplice evocazione di Le Pen dispensava da ogni altro dibattito.» Laddove i partiti tradizionali sono stati più carenti nelle loro risposte — Italia, Francia, Belgio — «la relativa stabilità delle formazioni populiste prefigura l'emergere di un populismo inedito, in grado di occupare un posto permanente sullo scacchiere dei partiti. Cioè un fenomeno che diventerebbe non più solo protestatario e ai margini della rispettabilità politica, poiché contaminerebbe anche dei professionisti ordinari della democrazia».

La colpa più grave dei partiti democratici tradizionali, in Francia e in Italia, sta nell'avere monopolizzato il gioco politico facendone la proprietà esclusiva di clan autoreferenziali, oligarchie che si riproducono per cooptazione. Questo ha dato fiato e gambe al populismo di Le Pen come a quelli — pur assai diversi — di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi: tutti nati con una spinta antisistema e in opposizione a "quelli di Roma", ai "professionisti della politica", al "Palazzo". La contrapposizione artificiosa tra i leader espressi dalla società civile e "i politici" è una delle caratteristiche fondanti del populismo. Ma fa presa quanto più l'elettore ha la sensazione che la sua rappresentanza sia sequestrata dagli stati maggiori dei partiti. Secondo Karl Popper ciò che conta maggiormente per definire una democrazia è la capacità che i cittadini hanno di destituire un governo senza violenza. Oggi in molti paesi questa possibilità di ricambio è vissuta come una finzione, una possibilità più teorica che reale: i governi possono cadere e alternarsi, ma l'establishment politico è sempre lo stesso.


Nel suo prezioso compendio Le populisme, Alexandre Dorna scrive: «La glaciazione che si abbatte sulle democrazie moderne paralizza il loro funzionamento. I meccanismi di controllo e bilanciamento non sono più adeguati a far fronte alla nuova concentrazione del potere. Il Parlamento non riflette veramente le aspirazioni del popolo bensì l'influenza di potenti macchine elettorali, dirette abilmente da professionisti della comunicazione … La tecnificazione del mestiere politico, la formazione di dinastie del potere, l'astensionismo sono effetti perversi che militano contro la salute delle istituzioni e la morale pubblica». Yves Mény riprende lo stesso tema nella sua prefazione al pamphlet di Pierre Héritier Gouverner sans le peuple. Una élite che si arrocca in difesa delle proprie posizioni di potere, che non sa rinnovarsi, è condannata alla decadenza o al rigetto. La Francia ha un ceto dirigente «brillante ma che tende a sclerotizzarsi; si chiude su se stesso invece di rinnovarsi allargando il proprio reclutamento», e questo vale per le élite «partitiche, economiche, giuridiche o tecnocratiche».

Una delle patologie più acute che colpiscono queste élite chiuse è la corruzione, dilagante e trasversale, cui si accompagna l'insofferenza verso i magistrati che la reprimono. Qui l'invettiva populista contro i politici "tutti uguali" trova l'alleato migliore nei politici stessi. Lionel Jospin si è conquistato la reputazione di uomo probo e onesto. Le sue bugie sul passato trotzkista erano peccati veniali in confronto alle ruberie del clan Chirac ai tempi in cui quest'ultimo era sindaco di Parigi. Ma Jospin non ha mai preso le distanze dal "basso impero" del suo maestro François Mitterrand, dove nepotismo e corruzione regnavano. Per non avere fatto i conti con l'eredità avvelenata del mitterrandismo, i socialisti non hanno potuto agitare la questione morale contro Chirac. All'outsider Le Pen è stato regalato il monopolio dei comizi contro la corruzione dell'establishment («l'établissement», lo chiama lui per non usare parole inglesi). Non è poco, trattandosi di uno dei terreni su cui l'opinione pubblica sente il ceto politico come un corpo separato, una casta a cui non si applicano le leggi dello stato.

Nella battaglia fra democratici e neopopulisti, i primi hanno degli handicap. La democrazia, per chi vi è nato dentro e la dà per scontata, è un metodo geniale ma freddo: non è un ideale, non suscita passioni, non fa sognare. Il gioco democratico dà i suoi frutti più virtuosi nel lungo periodo; mediando pazientemente fra interessi compositi, fra domande sociali multiple e spesso contraddittorie, può selezionare l'agenda delle azioni pubbliche prioritarie. Il populismo si fa beffe di questa prudenza e di questo gradualismo, proclama che anche le attese più irrealistiche — o perverse — possono essere soddisfatte tutte e subito, se solo le élite dominanti vengono spazzate via. Per vincere la battaglia contro il fascino facile del populismo, i democratici dovrebbero prestare maggiore ascolto alle attese legittime e accettabili — ce ne sono — degli elettori di Le Pen, Haider, Bossi, eccetera. Ma le basi di consenso sociale della democrazia sarebbero un baluardo ben più robusto contro l'ondata xenofoba, se incorporassero il più rapidamente possibile gli immigrati nella cittadinanza e nella partecipazione politica.

Anche i movimenti neopopulisti hanno dei punti deboli, segnalati tra l'altro dall'estrema volatilità dei loro successi elettorali. Un loro tallone d'Achille, paradossalmente, è l'isolamento nazionale. Strano a dirsi, nonostante l'omogeneità di tendenze sociali e fenomeni d'opinione che da un paese all'altro sorreggono queste formazioni politiche, non esiste tuttavia una nuova estrema destra europea che si pensi come tale: tra Le Pen e i suoi omologhi in Italia, Austria, Belgio e Scandinavia gli scambi più frequenti sono le prese di distanza o gli insulti reciproci. Ma questa debolezza non è sfruttata dagli avversari; non si traduce in una forza eguale e simmetrica dei partiti democratici. Il Partito socialista europeo e il Partito popolare europeo sono costruzioni convenzionali: luoghi d'incontro e di mediazione fra gruppi dirigenti rimasti nazionali. Nessuno ha cominciato a fare politica davvero su scala europea, rivolgendosi a un'opinione pubblica sovranazionale come alla propria base autentica.

Eppure quest'opinione pubblica europea si è manifestata più volte: da ultimo nelle reazioni a Le Pen che sono dilagate alla velocità della luce, senza conoscere frontiere nazionali. Accadono eventi politici che fin dall'origine hanno una matrice e una dimensione tipicamente europea, però gli stati maggiori dei partiti democratici li rincorrono, più che ispirarli. A questo si aggiunge la loro pavidità sul terreno della battaglia culturale e dei valori. È raro sentire in Europa una difesa argomentata e appassionata dei vantaggi dell'immigrazione, come la si sente pronunciare regolarmente negli Stati Uniti da ogni parte politica, da George Bush ai democratici. Della globalizzazione si è affermata anche nella sinistra moderata (Lionel Jospin in testa) una visione ideologica e apocalittica: ma se è per difenderci da un simile mostro, sono più credibili Le Pen da una parte, i trotzkisti dall'altra. Del progetto di integrazione europea — allargamento, mercato unico, unione politica e quella militare — anche i riformisti parlano sottovoce, quasi con vergogna, come se fosse una cosa buona e importante, sì, ma di quelle che ti possono far perder voti più che guadagnarne: e a furia di crederlo succede davvero.

Due secoli di avventure populiste sono costellati di sconfitte e fallimenti. Il populismo non è invulnerabile né predestinato alla vittoria. I suoi successi sono proporzionali all'insipienza degli avversari, alla loro miopia e alla loro arroganza: per questo, soprattutto per questo c'è da preoccuparsi. Vilfredo Pareto diceva che la Storia è un cimitero di élite. Quelle di molti partiti democratici sembrano intente a scavarsi la fossa da sole.


1) Negli anni Settanta l'Italia era convinta di essere il "laboratorio politico" della sinistra europea. Furono in pochi allora ad accorgersi che il nostro paese era il laboratorio di una nuova destra europea.

2) Contrariamente al senso comune, la xenofobia non è più forte là dove ci sono più immigrati; l'insicurezza non è più acuta dove c'è più criminalità.

3) Nella stessa Europa la diversa permeabilità dei singoli paesi rispetto al neopopulismo di destra, sembra indicare che il problema sta nella "offerta politica", cioè nelle qualità dei partiti tradizionali.

4) La colpa più grave dei partiti democratici tradizionali, in Francia e in Italia, sta nell'avere monopolizzato il gioco politico facendone la proprietà esclusiva di clan autoreferenziali.

5) Nella battaglia fra democratici e neopopulisti, i primi hanno degli handicap. La democrazia, per chi vi è nato dentro e la dà per scontata, è un metodo geniale ma freddo…

FEDERICO RAMPINI è editorialista della Repubblica e corrispondente a San Francisco, dove vive. Il suo ultimo saggio, Effetto euro: capitalismo italiano, modello europeo, sfida americana è uscito da Longanesi nel marzo 2002.

 
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