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PAOLO PEZZINO: Ebrei in seminario

Il febbraio 1963 fu rappresentato per la prima volta il dramma dello scrittore tedesco Rolf Hochhuth, Il Vicario, e l'opinione pubblica si divise sui presunti silenzi di Pio XII davanti allo sterminio nazista degli ebrei. Da allora gli studi sulla Shoah hanno avuto un forte sviluppo e nuove fonti documentarie sono state messe a disposizione degli studiosi, ma sull'atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche ancora non si è raggiunto un sostanziale accordo fra studiosi di diverso orientamento. Nell'autunno del 1999 il Vaticano istituì così una commissione storica internazionale, composta di studiosi cattolici ed ebrei, per esaminare la questione alla luce dei volumi di Atti e documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale, pubblicati nel corso di vari anni. La Commissione un anno dopo elaborò un documento di 22 pagine, che individuava 47 questioni da sottoporre a verifica storica, ma la richiesta da parte degli studiosi ebrei di avere accesso agli archivi diplomatici vaticani, e il rifiuto da parte della Santa Sede, giustificato con motivi "tecnici" (la necessità di riordinare le carte), portarono il 4 settembre del 2001 i tre studiosi ebrei della Commissione a rassegnare le dimissioni.

Recentemente lo studioso statunitense David Kertzer ha pubblicato con Rizzoli uno studio — I papi contro gli ebrei: il ruolo del Vaticano nell'ascesa dell'antisemitismo moderno — nel quale sottolinea il ruolo dell'antisemitismo religioso diffuso dalla Chiesa cattolica nel favorire lo svilupparsi di un antisemitismo sociale, politico, economico, e infine razziale, precipitato poi nella tragedia della Shoah. Ne è risultata una discussione vivace, i cui echi sono comparsi anche sulla stampa quotidiana: si vedano, a esempio, il Corriere della Sera del 20 gennaio 2002, con un intervento di Adriano Prosperi, studioso dell'Inquisizione; la trasmissione mandata in onda da Radio Vaticana l'8 febbraio, con la replica di padre Giovanni Sale, storico della Civiltà Cattolica (Corriere della Sera, 8 febbraio); la contro-replica di Kertzer (ivi, 26 febbraio) e quella di Giovanni Sale (ivi, 28 febbraio). Inoltre, mentre il processo di canonizzazione di Pio XII sta facendo il suo corso, il tema è diventato oggetto di un film di Costa-Gavras presentato all'ultimo festival di Berlino, Amen, tratto da Il Vicario, con correlato strascico di interviste e interventi polemici, e la Santa Sede ha annunziato l'apertura anticipata, a partire dal 1° gennaio 2003, delle fonti relative alle relazioni vaticano-tedesche fino al 1939 (cioè per l'intera durata del pontificato di Pio XI). L'intero archivio relativo al pontificato di Pio XII invece sarà accessibile dal 2005, ma è solo a partire dal 2008 o 2009, nella migliore delle ipotesi, che saranno rese disponibili le carte del pontificato di papa Pacelli, il cui riordino inizierà non prima del 2005, per durare alcuni decenni (si vedano gli articoli di Marina Impallomeni su Il manifesto del 16 febbraio 2002 e di Luigi Accattoli sul Corriere della Sera del 16 febbraio 2002).


In attesa che le fonti archivistiche vaticane portino nuova documentazione, gli storici dovranno ricorrere al metodo indiziario, che è parte integrante della loro "cassetta degli attrezzi", e può comunque produrre significativi risultati sul piano scientifico. È inoltre probabile che da archivi locali e da vicende apparentemente minori si possano ricavare indizi interessanti sulle questioni di cui stiamo trattando.

Andiamo così a Grosseto, alla fine del 1943: vi è un «Capo della Provincia» (così si chiamavano allora i prefetti) molto zelante, che ritiene «urgente e indifferibile», anche in assenza di direttive precise dal ministro dell'Interno, che era allora Guido Buffarini Guidi, procedere all'internamento degli ebrei. Il 24 novembre 1943 comunica quindi al comandante dei carabinieri e al ministero di avere istituito «nella frazione di Roccatederighi (Comune di Roccastrada) un campo di concentramento, in cui saranno internati tutti gli ebrei italiani, anche se discriminati [cioè anche se parzialmente esentati, fino ad allora, per un qualche motivo, dall'applicazione delle leggi razziali], della provincia di Grosseto». Il campo avrebbe cominciato a funzionare dal 28 novembre, e la vigilanza interna dei locali sarebbe stata affidata a un maresciallo di pubblica sicurezza, facente funzioni di direttore, che avrebbe avuto «una congrua somma per le prime spese di vettovagliamento e cancelleria», e a tre agenti, mentre quella esterna «lungo il reticolato … sia di notte che di giorno» sarebbe stata assicurata da «20 Militi con un Ufficiale, muniti di almeno due mitragliatrici e due f[ucili] mitragliatori ed un congruo numero di bombe per ciascun milite». Per far fronte alle prime spese, lo zelante capo della provincia preleva dalla cassa della prefettura centomila lire, che si propone di reintegrare col «ricavato dei beni mobili ed immobili, di pertinenza di detti ebrei».

Ma dove sarebbe stato istituito il campo di concentramento — uno dei tanti che costellarono in quei mesi l'Italia, e dai quali transitarono gli ebrei destinati a essere deportati in Germania? Il 26 novembre 1943, a Roccatederighi, viene stipulata una scrittura privata, «da valere quanto un pubblico atto» fra il neodirettore del campo, «a ciò delegato dall'Eccellenza Alceo Ercolani Capo della Provincia» e «S.E. Mons. Paolo Galeazzi», vescovo di Grosseto, amministratore legale del seminario di Grosseto: costui, «dietro invito motivato dalle emergenze di guerra … ed in prova di speciale omaggio presso il nuovo Governo», cede per farvi la sede del «Campo di Concentramento Ebraico, la Sede Estiva del Seminario Vescovile di Grosseto», presso Roccatederighi. Segue la descrizione dei locali ceduti e di quelli che il vescovo riserva a sé, e l'obbligo per la direzione del campo di «recingere l'intera proprietà con filo spinato, a garanzia del campo e da rimanere in seguito al seminario». Insieme ai locali il vescovo cede il mobilio, «la cucina economica ed accessori, per oltre cento persone, comprese le stoviglie … l'impianto della luce al completo con trasformatore proprio, fornito di tutte le lampadine», il tutto «in ottimo stato di conservazione con l'obbligo di riconsegnarle entro un mese dalla chiusura del campo nelle condizioni in cui viene ceduta [sic!].»

Il canone di affitto è fissato «per un totale complessivo di L. 5000 … mensili con pagamento anticipato», e si stabilisce anche che «alla gestione della cucina, dispensa, guardaroba, infermeria, nonché per l'ordine nelle camerate delle donne» sarebbero state adibite cinque suore, e «per i servizi di pulizia, legnaia ecc.» due uomini: questo personale avrebbe usufruito del vitto del campo e di un compenso mensile di 300 lire per suora e di 600 lire per uomo.


Grazie a questo accordo, secondo cifre ufficiali, 80 ebrei, 41 di origine italiana e 39 stranieri, entrarono nel seminario estivo di Roccatederighi trasformato, col consenso retribuito del vescovo, in campo di concentramento: di questi 17 furono prosciolti dall'internamento, per malattia o per avanzata età. Secondo il diario di un internato, ebreo pitiglianese, il 17 aprile del 1944 furono trasferiti a Fossoli di Carpi 21 detenuti, di cui 9 italiani (ma nessun ebreo grossetano), e il 7 giugno 25 detenuti, tutti stranieri. Restarono nel campo alcuni ebrei italiani e stranieri: sette di loro, tutti stranieri, fuggirono il 4 giugno 1944, e il 9, dopo la fuga del direttore e dei militi, i restanti furono liberati. Degli ebrei deportati da Roccatederighi sappiamo dalla ricerca di Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall'Italia (1943-1945), che 33 finirono ad Auschwitz, e di questi solo 4 sopravvissero. Non si conosce la sorte degli altri 13 che non risultano deportati in Germania.

La vicenda non finisce con la liberazione di Grosseto. Da una lettera della prefettura di Grosseto del 15 settembre 1944 indirizzata al vescovo, si deduce che questi aveva scritto un'istanza «per ottenere il pagamento della data [sic!. Probabilmente rata] scaduta». Il prefetto (il primo, suppongo, dell'Italia libera) non si scompone, né ritiene di dover fare le sue rimostranze per una richiesta che dimostrava di considerare le istituzioni della nuova Italia in stretta continuità con quelle della Repubblica Sociale (anticipando di qualche decennio le tesi degli storici sulla continuità dello stato): c'è sempre il ricorso alla procedura per cavarsela senza impegnative affermazioni. E così risponde al vescovo che l'istanza «non può essere accolta in quanto, secondo la procedura concernente la stipulazione dei contratti nell'interesse dello stato, si sarebbe dovuto richiedere al Ministero dell'Interno la preventiva autorizzazione alla stipulazione dell'atto medesimo», e anche considerando la natura di «spesa a carattere straordinario», sarebbe stata necessaria «la registrazione alla Corte dei Conti». E tuttavia, desiderando «assecondare, per quanto possibile, la richiesta dell'E.V.», il prefetto chiede al vescovo di inviargli un'istanza diretta al ministero, che lui avrebbe inoltrato «per gli eventuali provvedimenti di competenza». Il vescovo non perde tempo: 4 giorni dopo, in data 19 settembre 1944, scrive al ministro dell'Interno, a Roma. Nell'istanza la vicenda dell'affitto viene motivata per la «pressione, con minaccia di requisizione, per adibire la SEDE ESTIVA di questo seminario … a Campo di Concentramento degli Ebrei». E tuttavia anche in questa versione rassicurante il vescovo non manca di denotare il suo «razzismo inconsapevole» (l'espressione è di Adriano Prosperi): egli scrive infatti di aver fatto le sue rimostranze (delle quali peraltro non c'è traccia negli archivi) contro quella decisione di localizzare un campo di concentramento per ebrei nel seminario non, come potremmo aspettarci, in base a considerazioni di natura etica, prima ancora che religiosa, ma perché avrebbe «dovuto riaprirvi il seminario». Tanto è naturale l'assenza di un qualsiasi sentimento di vergogna o di colpa per quello che ha fatto, che il vescovo non si perita, dopo aver riportato il testo del contratto (espungendo opportunamente la frase sullo «speciale omaggio» al nuovo governo) di chiedere al ministro di impartire alla prefettura l'ordine «a) di liquidare il canone di affitto, come da convenzione, tanto per i locali come per il mobilio, b) di pagare gli assegni al personale, tanto Suore che uomini di fatica, c) di far la riconsegna dei locali ed, accertati i danni, risarcir[li] d) di ultimare i lavori di adattamento come da impegno».


Non sappiamo come sia finita la vicenda, ma alcune considerazioni si impongono: l'atteggiamento del vescovo dimostra un razzismo, forse inconsapevole, ma certo evidente. Diamo pure per scontato che la concessione del seminario sia avvenuta dietro le pressioni del capo della provincia: ma a queste pressioni non sarebbe stato assolutamente doveroso rispondere con un no, accettando anche l'eventuale requisizione dei locali, piuttosto che farsi complice (quanto contro voglia?) dell'istituzione del campo di concentramento — e quindi, va detto esplicitamente, dell'uccisione di quegli ebrei che da Roccatederighi furono deportati a Fossoli, per finire il loro percorso ad Auschwitz? Un'altra domanda si impone: se invece che ebrei gli internati fossero stati cattolici, la collaborazione "volonterosa" (per riprendere un'espressione dello storico statunitense Daniel Jonah Goldhagen nel suo libro I volonterosi carnefici di Hitler) del vescovo vi sarebbe stata egualmente? Sia lecito dubitarne.

Un'altra riflessione riguarda la selettività della memoria: ci informa Luciana Rocchi, la curatrice del catalogo della mostra dal quale abbiamo appreso tutta la vicenda e ripreso le citazioni dei documenti dell'epoca, che alcuni superstiti di quel campo, e i religiosi che convissero con gli internati, «ricordano l'assistenza spirituale del Vescovo, che in quel periodo occupava un'altra ala del Seminario, e le cure della sorella, che alleggerivano il peso della detenzione. Nessuno è disposto ad attribuirgli una qualche responsabilità». La Rocchi collega questa memoria positiva verso il vescovo con la selettività dello sterminio: gli ebrei del posto furono infatti quelli che si salvarono, e attorno a loro «si era costituita una rete solidale … che comprendeva anche alcuni militi», i quali compilavano le liste degli ebrei da deportare. Insomma, la memoria prevalente dopo la liberazione, quella che fa sì che ancora oggi sulla stampa locale il vescovo sia ricordato come «amico premuroso e anche salvatore di alcuni ebrei» (La Nazione, 13 febbraio 2002) è stata quella della "zona grigia", di quella zona «dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi», area di mediazione cioè fra potere e soggetti al potere, alla quale anche le vittime potevano in alcune circostanze avere accesso, che Primo Levi ha descritto ne I sommersi e i salvati. In tempi di esaltazione a volte acritica della memoria, serve ricordare che memoria e oblio sono spesso le due facce della stessa medaglia, e che non bisognerebbe dare rilievo solo a ciò che si ricorda, ma chiedersi anche cosa sia stato dimenticato delle vicende del passato, e perché sia stato dimenticato. E se «per lo storico, Dio dimora certamente nei dettagli», come ha scritto qualche anno fa Yosef Hayim Yerushalmi, allora anche piccoli indizi, piccole storie riportate alla luce possono fare chiarezza su grandi verità, sebbene spesso scomode per tutti noi.

Infine: la visuale va ampliata fino a comprendere non solo l'atteggiamento delle gerarchie cattoliche dei vari paesi interessati dalla deportazione e sterminio degli ebrei, o quello di sacerdoti e religiosi, ma anche quello delle comunità cattoliche (e cristiane) davanti alla Shoah, in una storia a tutto tondo che permetta di ricostruire i contorni, ancora incerti ma certo sempre più inquietanti man mano che si comincia a fare "storia" di quegli anni, dell'antisemitismo moderno, le complicità insospettate (ma anche, certo, le solidarietà diffuse, quando ve ne siano state, nei confronti degli ebrei perseguitati). La storia della Shoah ci riserva ogni giorno amare riflessioni sulla banalità (e la diffusione) del male, come dimostra il recente libro di Jan T. Gross, I carnefici della porta accanto, pubblicato giusto ora in Italia da Mondadori, sul massacro di 1600 ebrei polacchi del villaggio di Jedwabne, il 10 luglio 1941, addebitato ai tedeschi, ma in realtà compiuto dai loro compaesani.


ALTRI LIBRI DI CUI SI PARLA IN QUESTO ARTICOLO

Daniel Jonah Goldhagen, I volonterosi carnefici di Hitler, trad. di Enrico Basaglia, Milano, Mondadori, 1997 (ed. orig. 1996)

Jan T. Gross, I carnefici della porta accanto. 1941: il massacro della comunità ebraica di Jedwabne in Polonia, trad. di Luca Vanni, Milano, Mondadori, 2002 (ed. orig. 2001)

David Kertzer, I papi contro gli ebrei: il ruolo del Vaticano nell'ascesa dell'antisemitismo moderno, trad. di Maria Barbara Piccioli e Sergio Mancini, Milano, Rizzoli, 2002 (ed. orig. 2001)

Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall'Italia (1943-1945), Milano, Mursia, 1991

1) Il febbraio 1963 fu rappresentato per la prima volta il dramma dello scrittore tedesco Rolf Hochhuth, Il Vicario, e l'opinione pubblica si divise sui presunti silenzi di Pio XII davanti allo sterminio nazista degli ebrei.

2) 80 ebrei, 41 di origine italiana e 39 stranieri, entrarono nel seminario estivo di Roccatederighi trasformato, col consenso retribuito del vescovo, in campo di concentramento.

3) Se invece che ebrei gli internati fossero stati cattolici, la collaborazione "volonterosa" del vescovo vi sarebbe stata egualmente?

PAOLO PEZZINO insegna Storia contemporanea presso l'Università di Pisa. È autore tra l'altro di: Mafia: industria della violenza (La Nuova Italia, 1995), Anatomia di un massacro. Controversia sopra una strage tedesca (Il Mulino, 1997), Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro. Toscana 1944 (con Michele Battini, Marsilio 1997) e Storia di guerra civile. L'eccidio di Niccioleta (Il Mulino, 2001).

 
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