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Eurotunnel: la scuola al buio
RICCARDO DI DONATO
La prima volta che ci sono stato (intendo: in treno da Parigi a Londra) è stato tanto, tanto tempo fa. A Parigi, allora, ci vivevo, studiavo intensamente in biblioteca, giravo in bicicletta o col metrò. Era l'età felice dei maestri. Ne avevo uno che viveva a Londra e sapeva chiarire l'importanza, per sé e per gli altri, del fare, oppure no, qualunque cosa. Disse una volta: "venga qui domani. Ceniamo insieme a casa di un'amica". Ci andai senza discutere. Uno solo il viaggio che costava poco. Partii di notte dalla Gare du nord, che ricordava ancora col suo nero i quadri dei pittori impressionisti. A Calais si scendeva per salire completati i debiti controlli su di un traghetto, dove si sedeva sopra sedili duri e a molla, come nelle arene dei cinema d'estate. La traversata dipendeva dal mare. Quella del mio ricordo fu allietata dai cori di vittoria e dalla birra dei tifosi di una qualche squadra inglese, reduci da un trionfo al Parc des Princes. Il treno inglese, più confortevole, arrivava prime luci dell'alba alla Victoria station. Oggi, divenuti nel tempo maliziosi, gli inglesi fan fermare l'eurostar alla Waterloo station. Così i francesi che viaggiano per affari rinfrescano la memoria e abbassano la superbia, come nella canzone proletaria. Il viaggio del passato mi torna alla mente mentre attraverso l'eurotunnel sotto la Manica, dopo aver guardato i fili spinati che ne proteggono l'accesso sul versante francese, per tenere lontani i clandestini. Il passato si è stampato nella mia testa per una lunga conversazione nella common room dell'University College, in cui il maestro appena evocato parlò di cultura italiana e di un progetto per studiarla meglio. "Proviamo a lavorarci insieme, se pure di lontano. In fondo", disse, "i trentanove anni che ci dividono [era nato nel 1908] non fanno una grande differenza. Abbiamo fatto lo stesso esame di maturità". Lo disse sorridendo e senza cattiveria. La frase mi colpì allora e mi indusse a qualche pensiero. Del suo esame, a Cuneo, nell'estate solatia del 1925, Arnaldo Momigliano aveva scritto in un articolo dedicato al cardinale Michele Pellegrino che l'aveva sostenuto con lui, in quella stessa sessione, nel primo anno di applicazione della riforma Gentile. Gli esami sono importanti nella vita e, lo sappiamo tutti, non finiscono mai.
La discussione sull'esame di stato è sempre stata oggetto di passioni vivaci. Basta scorrere le raccolte di scritti sulla scuola di Giuseppe Lombardo Radice e di Ernesto Codignola i due pedagogisti che sostennero, con lo studio e con l'opera, l'attuazione del progetto del filosofo dell'idealismo attuale pur senza condividerne il complesso pensiero politico, per trovare tutte le ragioni di una forte affermazione dei diritti dello stato che esercita il dovere del controllo sui risultati del processo formativo delle scuole superiori. Analoghi sentimenti e pensieri, chi ama l'antichità potrà ritrovare negli scritti sulla scuola del filologo Giorgio Pasquali. Ancora oggi c'è chi non si stanca di ricordare come sull'esame di stato (ma forse non solo su quello) Gentile si limitasse a proseguire l'opera del suo predecessore, anche come ministro, Benedetto Croce. La continuità culturale evocata nel mio racconto, si era interrotta donde il tono polemico della battuta con la riforma provvisoria realizzata dal ministro democristiano Fiorentino Sullo nel 1969 durata per trent'anni giusti fino alla modificazione della struttura delle prove introdotta, nel dicembre 1997, dal ministro Berlinguer, con un pallido tentativo di allargare il campo tematico dell'esame. Pretendere, come un tempo si faceva, la conoscenza del programma dei tre anni finali del Liceo è certo contro i tempi e nessuno ci ha mai pensato, ma mantenere un giudizio finale affidato a una commissione esterna al corpo docente è stata misura che ancora conferiva una deliberata serietà alla verifica finale. Una serietà che negli anni Venti era rivendicata anche dai cattolici che dirigevano scuole private di cui difendevano la qualità. Le percentuali dei promossi agli esami di maturità negli ultimi decenni sono vicine a quelle di elezioni che in altri tempi si dicevano bulgare, ma è sempre rimasta una piccola porzione di bocciati, garantita dai cosiddetti privatisti che, singolarmente o in gruppi organizzati, si presentano all'esame finale. Ho presieduto più di una volta, parlo degli anni Ottanta, esami di maturità nei Licei di varie città toscane. Ricordo d'avere una volta, in una ridente cittadina costiera, dovuto sanzionare la bocciatura di una dozzina (per la precisione undici) privatisti la cui crassa ignoranza era parsa inemendabile a tutta la commissione lì riunita. Ci fu in ogni caso molta discussione e il loro membro interno li difese uno a uno, con ogni possibile argomento, come ora fanno gli avvocati dei potenti al tribunale di Milano e per gli stessi nobili motivi. Quei ragazzi erano mal preparati da una piccola scuola privata che prometteva promozioni in cambio di tasse di frequenza piuttosto elevate. Lo scandalo per il numero dei respinti si tradusse in una terribile fama per presidenti ed esaminatori venuti da lontano.
Nessuno si spaventi. Il problema non esiste più. Un provvido articolo, compreso negli allegati della Legge finanziaria, subito tradotta in decreto, recita testualmente: "La commissione
è composta dagli insegnanti delle materie di esame della classe del candidato per le scuole del servizio nazionale di istruzione. Per le scuole legalmente riconosciute e pareggiate le classi sostengono l'esame davanti a una commissione composta da commissari interni, designati dal consiglio di classe in misura pari a quella dei componenti esterni, individuati tra i docenti delle classi terminali delle scuole statali o paritarie alle quali le classi delle scuole legalmente riconosciute o pareggiate sono state preventivamente abbinate
". Solo vero esterno resterà il presidente. Gli studenti della scuola pubblica continueranno a giocare, ci capiamo tutti, in casa. Per gli altri: basterà iscriversi a una scuola non pubblica ma privata, "legalmente riconosciuta o pareggiata", per avere diritto al giudizio equo di una commissione composta da propri stipendiati. La lingua del ministro Moratti batte dove duole il dente del suo (e, ahinoi, anche nostro) presidente del Consiglio.
Come vive la scuola italiana in questo momento? Quali problemi la travagliano? Quali soluzioni si profilano? Sono tre buone domande cui vale la pena di cercare di rispondere.
Ci vuole un punto di partenza e questo non può che consistere in un giudizio che ha la ovvietà di una constatazione. Bisogna partire dal fallimento del tentativo di trasformazione globale della scuola messo in opera dai governi del centro-sinistra. La storia è piena di racconti di battaglie, di quelle vinte e gloriose e di quelle perse, cariche di tristezza e di memoria negativa. La riforma della scuola non è iscrivibile in nessuna di queste due categorie. Come tale, essa non è mai parsa una battaglia vissuta consapevolmente dalla parte politica che avrebbe dovuto promuoverla. C'era sì un generale, il ministro dell'Istruzione (allora) ancora pubblica, ma si trattava di un generale senza esercito tutto preso da un sogno di grandezza che lo ha portato a dimenticare un fatto elementare: che una riforma della scuola non si può fare, né in Italia né altrove, senza o addirittura contro gli insegnanti. Questi si sono sentiti trascurati o, in un caso almeno, derisi e hanno guidato il fronte contro la riforma. A questo non ha fatto seguito alcuna risposta politica generale: il problema è stato affidato a quanti si dicevano esperti e si autodefinivano saggi. La logica della coalizione (assai poco coesa) di centro-sinistra ha fatto il resto. Tempi biblicamente lunghi, grandi affermazioni di principio, provvedimenti pochi e inefficaci. Si è messo in moto un meccanismo infernale che ha coinvolto progressivamente molti appassionati e ha finito per incartarsi su se stesso, arrivando a una costruzione, la riforma dei cicli scolastici approvata dal Parlamento, quando quel generale era stato disarcionato (insieme a ben altri condottieri) e al suo posto si era insediato un mite, pacifico professore di università, studioso illustre di storia della linguistica e appassionatamente innamorato della scuola. Una cronaca dei lavori della commissione insediata da Berlinguer per l'attuazione della riforma dell'ordinamento scolastico, poi condotta a esaurimento piuttosto che a fine da Tullio De Mauro, nell'anno terminale (quello della presidenza Amato) di un centro-sinistra candidato alla sconfitta e già dedito all'autocommiserazione, potrebbe essere di qualche utilità solo perché i paradigmi sono utili anche quando negativi e da non ripetere. Ora sappiamo almeno quello che non si deve fare se si vuole riformare la scuola.
Paradossalmente, l'unica realtà politica che ha preso sul serio la riforma dei cicli è stata la destra che ne ha fatto un idolo polemico contro il quale coalizzare l'insoddisfazione dei clericali, mai sazi in materia di cosiddetta parità (termine con il quale in Italia si intende, di solito, la difesa dei privilegi della scuola confessionale), la rabbia degli insegnanti mal pagati e non orientati e la preoccupazione delle famiglie, inquiete sui processi formativi dei propri figli. Entro quella curiosa formazione di famigli di un Principe villano, che è il partito di Forza Italia, si è distinta una petulante eletta del popolo lombardo, proveniente da quella bassa forza della scuola che l'aristocrazia dei pedagoghi universitari dispregia ma che maestri, professori e genitori quotidianamente incontrano nelle scuole della Repubblica, in ciò peggiorate rispetto a quelle del trascorso Regno: Direttori e Presidi, anzi Signori Direttori e Signori Presidi sottufficiali e ufficiali subalterni del grande esercito dell'istruzione sono stati una forza vera delle nostre istituzioni scolastiche. Agli antichi esperti della cultura scientifica e umanistica, di cui son pieni ricordi e letteratura dei centocinquant'anni trascorsi dall'unificazione del paese (che spazio breve, in fondo!) si sono con il tempo sostituiti i virtuosi delle circolari e dei regolamenti, donne e uomini che vanno al sodo. Il centro-sinistra ha cambiato loro il nome e li ha fatti dirigenti scolastici, i modernisti li chiamavano, addirittura, managers, la destra del ministro Moratti nata Brichetto, esperta in brokeraggio e della sottosegretaria Aprea, descamisada del berlusconismo scolastico, virtuosa nel ministerial circolarismo, hanno fatto vedere, dopo tanti bastoni mulinati a sproposito, la prima carotina di un aumento di stipendio di un milione, pardon di cinquecento euro che è un po' meno ma pare altrettanto rotondo.
Ora, io non so parlo sinceramente quanto nella cultura della destra, che ci governa con passo da bersagliere e che vuole finire di realizzare i suoi programmi, come un insegnante appena nominato, sia diffuso il pensiero dell'empirista Francis Bacon. Mi riferisco, per la tranquillità di Buttiglione, al filosofo del passato e non al pittore moderno e scandaloso. Pare a me che in ogni caso i nostri apprendisti controriformatori abbiano letto una sola metà del libro di quel tale. Dopo la cosiddetta pars destruens stanno determinando, con grande successo, una sostanziale tabula rasa. Quando consideriamo la pars construens del loro lavoro, quale si legge nel testo dei sei articoli varati dal consiglio dei ministri nel primo giorno di febbraio, dobbiamo dire che la prima cosa che colpisce e sconcerta è la sostanziale mancanza di fantasia e di capacità propositiva. Eliminato nel progetto della Moratti l'incubo dell'onda anomala che i pedagogisti berlingueriani avevano previsto come una calamità inevitabile, al pari dei monsoni in altre latitudini, ci si è limitati a prevedere, per elementari e medie, una sequenza ternaria di strani bienni, preceduta e seguita da un anno solitario (1+2+2/2+1) prima del grande salto. Il grande salto è la scelta perdonate la cruda volgarità dell'aggettivo che ci sgorga dal cuore infame a quattordici anni (anzi, se i cattolici lo permetteranno, anche a tredici e mezzo) tra istruzione e lavoro o, come pudicamente si scrive, tra scuola superiore e formazione professionale. Quest'ultima sarà sostanzialmente appaltata alle regioni perché, in alcune di esse e indovinate quali, sia lecito, con la maggiore possibile certezza, avviare i figli dei deboli di sempre e dei nuovi debolissimi immigrati a una funzione produttiva che li esclude dai livelli più elevati del sapere. Sinistra dove sei e perché non gridi contro l'ingiustizia assurda di questo ritorno a un passato tristissimo di discriminazione sociale? In attesa dei nostri rappresentanti, troppo impegnati a litigare tra loro, possiamo gridare noi che amiamo la scuola pubblica e la vogliamo per tutti i figli di coloro che vivono in Italia, eguale ed egualitaria, ricca di sapere e di umanità, luogo di progresso e di crescita armoniosa.
La scuola non la fanno i politici ma gli insegnanti. Nel microscopico disegno della legge morattiana che indica otto specie di licei in parallelo con la formazione professionale e blatera di illusorie passerelle tra i due percorsi, la coda massimamente velenosa è quella che abbassa repentinamente il livello formativo degli insegnanti prevedendo per loro una laurea specialistica diversa dalle cento e passa già previste, ricca di psicopedagogia e povera di contenuti disciplinari e culturali. Per tutte le discipline e anche quindi per quelle che non saranno mai vecchie proprio perché sono antiche, nella scuola italiano, matematica, storia, fisica, geografia, filosofia, scienze, storia dell'arte, latino e greco questo vorrà dire incertezza assoluta del senso futuro anche della riforma universitaria, di cui la Moratti ha proclamato di voler rispettare l'attuazione, pur rallentandone, ancora una volta per decreto, il corso. Che senso avrà andare a insegnare una disciplina di cui non si sia divenuti specialisti? E che senso avrà diventare specialisti di una disciplina che non si potrà mai insegnare? La sinistra ha fallito per troppo amore della scuola ma non ha fatto danni. Sarebbe bene riuscisse a trovare voci nuove e credibili perché il senso di fallimento e di sconfitta che i suoi generali trasmettono non travolga, con loro, le giuste idee di progresso che vanno difese. La destra nell'ossessione di distruggere quanto faticosamente costruito rischia di togliere addirittura la vita al corpo su cui sta operando. Colpita a morte nel suo anello riproduttivo, la scuola rischia di finire al buio. Mettiamoci tutti a pensare, a discutere e a lavorare ma soprattutto: qualcuno, e innanzitutto le donne e gli uomini della scuola, gli insegnanti e gli studenti uniti, come un tempo si diceva, proprio in quello che un tempo si diceva e che qui ho pudore di tornare a scrivere, si affretti a riaccendere la luce.
1) La discussione sull'esame di stato è sempre stata oggetto di passioni vivaci. Basta scorrere le raccolte di scritti sulla scuola di Giuseppe Lombardo Radice e di Ernesto Codignola.
2) La lingua del ministro Moratti batte dove duole il dente del suo (e, ahinoi, anche nostro) presidente del Consiglio.
3) Sinistra dove sei e perché non gridi contro l'ingiustizia assurda di questo ritorno a un passato tristissimo di discriminazione sociale?
RICCARDO DI DONATO, direttore del Dipartimento di Filologia classica nell'Università di Pisa, insegna Letteratura greca, Antropologia del Mondo antico e Didattica del greco nella Scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario. È stato membro della Commissione per l'attuazione della riforma dei cicli scolastici del ministero della Pubblica Istruzione. Autore di molti testi per la scuola, ha curato edizioni originali o traduzioni italiane di opere di E. de Martino, E.R. Dodds, M.I. Finley, L. Gernet, M. Mauss, I. Meyerson, A.D. Momigliano, M.P. Nilsson, J.P. Vernant, P. Vidal Naquet. Il suo ultimo libro è Hierà. Prolegomeni ad uno studio storico antropologico della religione greca (Edizioni Plus, 2001).
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