la Rivista dei Libri
Sommario  

Calendario  

Annunci  

Libreria  

Indici  

Archivi  

Premi e concorsi  

Punti vendita  

Altrove  

Contatti  

 
 
. . .

Europa senza memoria
FEDERICO RAMPINI

BARBARA SPINELLI, Il sonno della memoria. L'Europa dei totalitarismi, Milano, Mondadori, 2001, pp. 420, Lit 36.000

«Riscopriamo quello che è iscritto nella memoria viva d'Europa: segno di inciviltà non è l'irruzione di credenze in conflitto, non è l'antagonismo tra discrepanti culture di popoli o etnie, ma l'incapacità di inventare meccanismi intesi a domare, senza spargimento di sangue, le inevitabili dispute e le bellicose sopraffazioni di una cultura sull'altra. Quel che mina l'Occidente … [è] la disillusa rinuncia alla forza della laicità.» Quando perdiamo fiducia nei nostri valori di democrazia e tolleranza, allora «l'unico eroe interessante diventa l'assassino che entra in concorrenza con Dio e la sua onnipotenza … il creatore di morte e di martiri che tanto più verranno compianti e inneggiati quanto più saranno stati inermi».

È impressionante leggere queste frasi che Barbara Spinelli ha scritto prima dell'11 settembre, e che oggi assumono un tono quasi profetico. Sono pochi i saggi che resistono a questa prova; la maggior parte delle analisi sulla politica e le relazioni internazionali, degli scenari strategici e geo-economici, hanno subìto un improvviso invecchiamento dopo gli attentati del World Trade Center. L'ultimo libro della Spinelli, dato alle stampe prima e pubblicato dopo l'aggressione all'America, è una delle rare opere che superano l'esame; i cui giudizi anzi escono convalidati e rafforzati nell'epoca nuova che si è aperta dal settembre 2001.

La reazione di una parte dell'opinione pubblica alle stragi terroristiche — nel mondo arabo, in alcuni settori della sinistra europea, e anche nel movimento pacifista americano — rende ancor più attuale la severità della Spinelli contro una sinistra smemorata e un pacifismo orbo, che sciolgono insieme «aggressori e aggrediti nel concetto eufemistico della "guerra civile ideologica"». E malgrado gli errori già commessi dall'amministrazione Bush nell'intervento militare in Afghanistan, a molti critici dell'America si applica perfettamente la requisitoria della Spinelli contro coloro che non hanno imparato nulla dalla lezione di Monaco e dall'arrendevolezza franco-britannica nei confronti di Hitler: «Avevano dimenticato principalmente una lezione, ricavabile dal patto con il nazismo: che le guerre sono orribili, ma più perniciosa ancora può essere la perdita dell'onore e di un tesoro di civiltà. Avevano dimenticato che la capitolazione etica non preserva per forza la pace, ma può rendere ancora più atroci le guerre che in ogni caso toccherà fare, con ritardo e a prezzi ben più elevati». Alle smemoratezze di altri europei la Spinelli contrappone l'esempio di Joschka Fischer, leader dei Verdi e ministro degli Esteri tedesco, che nel sostenere l'intervento militare della NATO in Kosovo ebbe il coraggio di rompere il tabù della pace a ogni costo, fu il primo a dire che il comandamento «Mai più Auschwitz!» deve prevalere sull'imperativo «Mai più la guerra!».


Continuando questo esercizio di lettura del Sonno della memoria alla luce del dopo-11 settembre, c'è un'altra tesi del libro che oggi è altrettanto importante della critica al pacifismo passivo e neutralista: è il monito contro gli eccessi di Realpolitik che possono far perdere di vista all'Occidente le ragioni (e le forze) della sua battaglia. La svolta nei rapporti tra Bush e Putin, improvvisamente uniti nella lotta al terrorismo, andrebbe sottoposta alla prova di questo brano della Spinelli: «È proficuo ricordare come Stalin annientò e deportò nei Gulag i popoli caucasici, come si ripete l'insolenza coloniale russa già denunciata da Tolstoj nell'Ottocento, per capire l'accanimento militare di Putin e la natura indomabile della ribellione cecena». Da quando Putin ha offerto il suo aiuto agli americani in Afghanistan, gli Stati Uniti e l'Europa hanno steso un velo di silenzio sulle violazioni dei diritti umani in Cecenia e sui crimini dell'esercito russo. Dopo l'11 settembre Bush ha sposato la dottrina del "nemico principale": chiunque lo aiuti nella guerra ad Al Qaeda, e alle centrali del terrorismo, è benvenuto tra gli amici di Washington e in cambio avrà comprensione e indulgenza. Molti osservatori americani vedono in questo grande rimescolamento delle alleanze una ripetizione dello schema della guerra fredda: a partire dal 1947 (con il lancio del piano Marshall per la ricostruzione dell'Europa, rifiutato da Stalin e dai paesi sotto il suo dominio), gli Stati Uniti individuano nel comunismo sovietico il nuovo avversario, la principale minaccia per la loro sicurezza nazionale. Su quella base ridefiniscono tutte le relazioni internazionali, riabilitano velocemente Germania e Giappone promuovendoli ad avamposti strategici nel contenimento dell'espansionismo sovietico. Da quel momento in poi, in ogni angolo del pianeta essere anticomunisti e antisovietici garantisce salvacondotti, impunità, appoggi preziosi da parte dell'America: le opportunità che si aprono vengono colte a turno da Suharto, i colonnelli greci, Pinochet, il Sudafrica dell'apartheid e tanti altri.

L'11 settembre sembra essersi aperta una fase simile, in cui sul mappamondo americano la gerarchia delle nazioni viene riclassificata sulla base delle disponibilità e utilità di ciascuna nella guerra al terrorismo. O con noi o contro di noi. Coloro che difendono lo schema da guerra fredda — e sono numerosi soprattutto tra i repubblicani, con in testa naturalmente Henry Kissinger — oggi dicono: forse non era bello, ma ha funzionato. Nei quarant'anni di sfida contro l'URSS la politica estera americana non è sempre stata etica, ma alla fine ha raggiunto l'obiettivo. La guerra fredda si è conclusa con la dissoluzione del sistema comunista, il mondo è stato liberato dalla minaccia dell'imperialismo sovietico, mezza Europa ha ritrovato libertà e democrazia.

A questo ragionamento, così potente da dominare molte mosse di Bush sullo scacchiere diplomatico, manca però una controprova. Non avremo mai la dimostrazione che l'appoggio americano a tante dittature fasciste abbia davvero accelerato la crisi del comunismo mondiale. Possiamo invece sospettare il contrario: che la sopravvivenza dell'impero sovietico e la guerra fredda siano state inutilmente prolungate proprio dalle troppe incoerenze americane, dall'aver associato all'idea di Occidente anche tanti regimi dittatoriali e polizieschi (incluso un membro della NATO) che pratica(va)no la tortura contro i loro cittadini e la persecuzione delle minoranze.

Perciò oggi a coloro che teorizzano la nuova Realpolitik per costruire una santa alleanza contro Osama bin Laden, si contrappone un pensiero critico — ben presente nella stampa liberal americana e in qualche settore del Partito democratico. Questo pensiero denuncia bin Laden come un mostro prodotto dall'appoggio sconsiderato che in nome del petrolio gli Stati Uniti hanno concesso da decenni alla monarchia saudita, regime dispotico e corrotto che ha creato una generazione di terroristi e poi ha finanziato la Jihad, purché le sue stragi avvenissero altrove. In tutto il mondo islamico è difficile trovare l'esempio di una democrazia autentica, anche tra i paesi che l'Occidente tratta da molto tempo come amici fedeli. E questo non aiuta oggi a far capire in quel mondo le ragioni vere della guerra in Afghanistan. Quelle ragioni diventeranno ancora più oscure se Putin avrà carta bianca per massacrare i musulmani ceceni, mentre americani ed europei si gireranno dall'altra parte. Anche qui ciò che ha scritto la Spinelli è reso ancora più attuale da tutto quel che è accaduto dopo. Liberale autentica, erede della grande missione educatrice e solitaria di Raymond Aron, questa saggista italiana ha nella coerenza la sua forza maggiore. Il suo richiamo all'Occidente perché non scelga mai la passività e il silenzio di fronte alle violazioni dei diritti umani vale come denuncia di viltà antiche e di peccati nuovissimi, che commettiamo ora e che pagheremo per anni a venire.


Naturalmente, Il sonno della memoria non è solo importante per quel che ci insegna sul nostro futuro in un mondo dominato dalla sfida terroristica. Questo grande e tragico viaggio nella smemoratezza delle nazioni — che le condanna a ripetere i loro errori — si apre con un bilancio del dopo guerra fredda nell'Europa orientale, segnato dalle stragi di Milosevic compiute per anni sotto lo sguardo indifferente dell'Occidente (in particolare dell'Unione europea). Prosegue con l'analisi dell'unificazione tedesca che è anche la fusione tra due memorie storiche: o meglio, tra una memoria faticosamente ricostruita a Ovest e l'amnesia sistematica dell'Est. Nell'elenco delle nazioni afflitte da pericolose amnesie non poteva mancare l'Austria di Haider, né la Russia di Putin impreparata alla decomposizione del suo impero. C'è un capitolo dedicato al papa polacco e alla «purificazione della memoria» operata dal pontificato di Giovanni Paolo II; uno su Gerusalemme e sulle virtù e malattie dell'ebraismo.

C'è in tutto il percorso del saggio un lucido e razionale pessimismo che rifiuta ogni visione progressiva o finalistica della Storia, e forse rifiuta il concetto stesso di filosofia della Storia, eppure è denso di passione etica e civile. Senza illusioni sull'umanità e su tutto il male che essa continuerà a fare a se stessa, c'è al tempo stesso nella Spinelli un incrollabile sentimento della missione storica delle democrazie: a nessun cittadino del mondo devono essere negati quegli stessi diritti, solo perché è nato sotto la latitudine sbagliata. Non fa concessioni all'etnocentrismo, a quel relativismo culturale politically correct che vieta l'esportazione di valori occidentali come fossero gli hamburger MacDonald, e che nasconde il peggior neorazzismo.

In Italia farà discutere forse più di tutti il capitolo dedicato… all'Italia, e in particolare l'analisi severa che l'autrice fa dell'«oblio» su cui si è costruita l'identità della sinistra postcomunista. C'è la rimozione in toto di Bettino Craxi, con la cui complessa eredità nessuno ha fatto veramente i conti. È l'eredità di Tangentopoli, naturalmente, ma anche delle giuste posizioni craxiane nella guerra fredda come la convinta decisione di schierare i missili della NATO negli anni Ottanta, contro il parere del PCI e del movimento pacifista europeo; la battaglia contro la scala mobile e le eccessive rigidità salariali che ingabbiavano l'economia italiana nella spirale inflazionistica; l'importante aiuto del PSI ai dissidenti in anni critici per i movimenti libertari nell'Est europeo. Con questa eredità i DS non riescono a fare i conti, perché il loro gruppo dirigente si è formato da giovane facendo tutte le scelte di campo opposte: «Ma nell'emergenza dell'azione, quando era stato necessario andare oltre le parole e le interviste, la direzione Berlinguer e i suoi giovani allievi erano restati lì dove si trovavano, nel campo sovietico … Sfilarono incolleriti nei cortei pacifisti contro i missili atlantici, e non furono minimamente sfiorati dal dubbio quando Mitterrand ruppe con i socialdemocratici di Brandt, nell'83, e appoggiando Kohl disse al Parlamento tedesco: "I pacifisti sono a Ovest, ma i missili sono a Est"».

La sfida che la Spinelli pone ai DS punta al significato della Liberazione del 1989. «La questione concerne la guerra fredda contro il totalitarismo comunista: la sua legittimità, la sua necessità … Perché abbiamo combattuto e valeva la pena insistere, nella battaglia che l'Occidente condusse non solo su scala continentale ma mondiale? … E i comunisti occidentali che quasi sempre avevano fiancheggiato l'URSS e le sue politiche imperiali in Europa e nel Terzo Mondo: fu giusto escluderli con inflessibilità dall'area di potere, giudicarli avversari non solo antinazionali, ma antieuropei, antioccidentali? … Perché il loro [dei DS] coraggio è ormai attestato dopo la crisi balcanica, ma la valutazione delle battaglie combattute dalle democrazie — battaglie condotte con i metodi della dissuasione nucleare, dell'esclusione dei PC dal potere, della contrapposizione intellettuale — resta claudicante, solo parzialmente memore. È talmente lacunosa che in alcuni momenti non si capisce neppure la vasta gioia provocata dalla caduta del Muro. Non si capisce se fu gioia perché il secondo totalitarismo era stato vinto grazie alla tenacia liberale — tenacia dei dissidenti e di ostinati antitotalitari a Ovest; ma anche tenacia di chi a Est sognava consumi di tipo occidentale, più egualitari — o se fu gioia perché lo scontro tra CIA e KGB era una buona volta terminato, e con esso l'assurda, tuttora incompresa esclusione dei PC dai governi».

Sono domande dure, impietose. La loro autorevolezza è accresciuta dal fatto che la Spinelli non ha mai smesso di denunciare i gravi limiti di cultura democratica della destra che governa l'Italia; non ha mai fatto sconti a Berlusconi sul terreno del conflitto d'interessi e del rispetto delle leggi; non si stanca di accusarne l'estraneità all'Europa. E da editorialista della Stampa ha continuato a prendere queste posizioni anche quando l'editore del suo giornale, l'avvocato Agnelli, è diventato uno dei principali sponsor di Silvio Berlusconi.

1 La reazione di una parte dell'opinione pubblica alle stragi terroristiche rende ancor più attuale la severità della Spinelli contro una sinistra smemorata e un pacifismo orbo.

2 Da quando Putin ha offerto il suo aiuto agli americani in Afghanistan, gli Stati Uniti e l'Europa hanno steso un velo di silenzio sulle violazioni dei diritti umani in Cecenia.

2 C'è in tutto il percorso del saggio un lucido e razionale pessimismo che rifiuta ogni visione progressiva o finalistica della Storia.


Federico Rampini è editorialista e inviato speciale della Repubblica a San Francisco. Ha pubblicato numerosi saggi tra cui Germanizzazione (Laterza, 1996), Dall'euforia al crollo: dopo la New Economy (Laterza, 2001), e libri-intervista con Mario Monti (L'Italia in Europa, Laterza, 1998) e con Massimo D'Alema (Kosovo: gli italiani e la guerra, Mondadori, 1999).

 
-
-
Home - Sommario - Annunci - Libreria - Calendario

La Rivista dei Libri s.r.l. - www.larivistadeilibri.it - Capitale sociale euro 10.400 - Redazione: via de' Lamberti 1, 50123 Firenze (tel: 055/219624 - fax 055/295427) - Sede legale: viale Gramsci 19, 50121 Firenze - Registro delle Imprese di Firenze n. 55832/2001 - R.E.A. di Firenze n. 435393 - Codice fiscale10226220159 - Partita IVA 05146730485.