la Rivista dei Libri
Sommario  

Abbonamenti  

Calendario  

Annunci  

Libreria  

Indici  

Archivi  

Premi e concorsi  

Punti vendita  

Altrove  

Contatti  

 
 
. . .

GILBERTO CORBELLINI
Dalla parte degli OGM

ANNA MELDOLESI, Processo agli OGM. Retroscena di un dibattito truccato, Torino, Einaudi, 2001, pp. 206, Lit 24.000

I movimenti tecnofobici italiani e internazionali sono apparentemente rimasti in silenzio di fronte ai contenuti dell'ultimo Human Development Report pubblicato a luglio dallo United Nations Human Development Programme sul ruolo che le tecnologie, tra cui le biotecnologie, potrebbero svolgere per aiutare i paesi poveri ad affrancarsi da gravi problemi alimentari e sanitari. Non si sono nemmeno inventati il complotto ispirato dalle multinazionali.

'La biotecnologia offre il solo o il migliore "strumento primario" per le zone ecologiche marginali", si può leggere nel rapporto, in cui si disegna un quadro contrastante degli indicatori dello sviluppo umano negli ultimi decenni. Si possono registrare significativi miglioramenti rispetto a trent'anni fa. Un bambino che nasce oggi vive in media 8 anni di più, il tasso di alfabetizzazione è passato dal 47 al 70%, è aumentato di 5 volte il numero delle famiglie che hanno accesso all'acqua potabile, il reddito medio nei paesi in via di sviluppo è raddoppiato in termini reali e più di 100 paesi sono passati da un regime militare o dittatoriale a un governo democratico. Nondimeno, 968 milioni di persone continuano a non avere accesso all'acqua potabile e 2,4 miliardi non hanno servizi igienici, 853 milioni rimangono analfabeti (le donne sono 543 milioni), 1,2 miliardi di persone vivono con meno di 1 dollaro al giorno, e 2,8 miliardi con meno di 2 dollari, 163 milioni sono i bambini di età inferiore a 5 anni sottopeso, e 11 milioni di bambini muoiono annualmente prima dei 5 anni per cause per cui esistono sistemi di prevenzione.

Non c'è da illudersi che i nuovi contestatori della modernità — quelli che in nome dei poveri acquistano nei supermercati occidentali cibi biologici che costano il doppio in quanto non calmierati dal mercato, che utilizzano le sofisticate tecnologie informatiche per organizzare la protesta e che affermano con dogmatica sicurezza e contro ogni prova razionale che le biotecnologie non saranno utili per i paesi in via di sviluppo — si rendano conto delle loro contraddizioni. È auspicabile che qualcosa cambi almeno a livello politico, ora che anche l'ufficio dell'ONU che negli ultimi dodici anni ha sistematicamente analizzato le dimensioni qualitative e quantitative della povertà e del sottosviluppo in tutte le sue dimensioni, prendendo posizioni critiche anche verso i processi della globalizzazione, riconosce il ruolo che le biotecnologie potrebbero svolgere per aiutare concretamente i paesi meno sviluppati a uscire dai gironi infernali della fame, delle malattie, della povertà e della mancanza di diritti civili.

Per chi aveva letto lo Human Development Report del 1999, Globalization with a Human Face, il contenuto dell'ultimo Report non è comunque una sorpresa. L'aperto sostegno alle biotecnologie agroalimentari e biomediche, considerate una delle grandi speranze per i paesi in via di sviluppo, è la logica conseguenza di un'analisi che non può non riconoscere, come ha insistentemente scritto a ridosso del G8 di Genova il premio Nobel Amartya Sen, che i processi della globalizzazione — in corso da centinaia di anni, ma accelerati negli ultimi decenni dall'intensificazione degli scambi commerciali e finanziari, dallo sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, nonché dall'espansione e potenziamento della circolazione e condivisione di risorse umane e informazioni — hanno contribuito a migliorare le condizioni materiali e morali di un numero consistente di esseri umani.

È vero: i benefici della globalizzazione continuano a essere distribuiti in modo ineguale. Tuttavia, sino a quando la maggioranza della popolazione mondiale non avrà conquistato adeguati livelli di accesso alle fonti energetiche, di sicurezza del cibo, di controllo delle malattie e un aumento della durata media della vita, difficilmente si realizzerà quella transizione culturale ecologica che consente di percepire la limitatezza delle risorse e l'impatto della crescita economica sull'ambiente. Se si vogliono davvero eliminare le condizioni che favoriscono la povertà, serviranno politiche pubbliche e interventi mirati che aiutino direttamente i poveri, la maggior parte dei quali vivono in zone rurali. Il settore agricolo è un importante viatico verso una buona salute e una buona alimentazione. Vale a dire che la ricerca che nel futuro fornirà maggiori opportunità concrete sarà quella capace di collegare agricoltura e sanità pubblica, sviluppando prodotti in grado di risolvere problemi di malnutrizione, e creando piante geneticamente trasformate da utilizzare come vaccini per la prevenzione di malattie infettive nei paesi poveri.

Diversi malintesi hanno alimentato in Italia il dibattito sugli organismi geneticamente modificati (OGM) in campo agricolo. Innanzi tutto l'idea che chi, a livello politico o di dibattito pubblico, ha criticato la ricerca biotecnologica in agricoltura, alimentando la paura per gli OGM, lo abbia fatto cercando di capire se davvero sussistano dei rischi ambientali e sanitari, e se la logica del principio di precauzione sia o meno pertinente con i problemi sollevati dalla sperimentazione e coltivazione degli OGM. In realtà, negli ultimi anni diversi scienziati e/o intellettuali, soprattutto dell'area di sinistra e da posizioni più o meno filoambientaliste, sono intervenuti sulla base di pregiudizi ideologici o avanzando argomenti del tutto non pertinenti. Un simile atteggiamento è stato stigmatizzato su queste pagine da un grande biologo, politicamente di sinistra ma non disposto a giocarsi la reputazione scientifica inventandosi i fatti e le teorie che dovrebbero dimostrare la pericolosità e l'inutilità delle biotecnologie agroalimentari. Richard Lewontin ha infatti definito ´animatrice di una tifoseria" Vandana Shiva, uno dei tanti numi di una sinistra che in Italia ha smarrito il senso della misura e non è più in grado di distinguere e valutare.

Un ulteriore equivoco che caratterizza il dibattito sugli OGM riguarda proprio il principio di precauzione. Utilizzato in chiave meramente retorico-propagandistica — cioè senza averne compreso la natura di strumento (peraltro alquanto arbitrario) per analizzare e gestire i rischi tecnologici in condizioni di incertezza conoscitiva —, tale principio produce solo la paralisi e alimenta l'irrazionalismo tecnofobico. Senza considerare che, nel caso delle biotecnologie agroalimentari, il principio di precauzione viene utilizzato praticamente a senso unico, dando per scontato che non vi siano istanze precauzionali da considerare nella cosiddetta agricoltura biologica (dove, a esempio, si utilizzano sistemi di fertilizzazione non del tutto sicuri).

Il principio di precauzione risponde a un'esigenza del sistema di controllo europeo — fortemente centralizzato e politicamente influenzabile — di trovare modalità di anticipazione dei pericoli, esigenza sollecitata da una serie di episodi eclatanti: Seveso, mucca pazza, mangimi agli ormoni, giocattoli agli ftalati ecc. Ma proprio per questo devono essere ben chiari i limiti e le implicazioni di tale strumento: in particolare, la necessità di maggiori investimenti nella ricerca scientifica per ridurre le incertezze e passare dal livello della precauzione, in cui si ragiona su rischi potenziali, a quello della prevenzione, dove la natura del rischio è stata accertata.

Alle assurdità e irrazionalità del principio di precauzione è dedicata la prefazione che Henri Miller e Gregory Conko — il primo è una figura in qualche modo storica della politica scientifica statunitense nei riguardi degli OGM — hanno scritto per il libro di Anna Meldolesi Organismi Geneticamente Modificati. Storia di un dibattito truccato.

È abbastanza sorprendente che un saggio come quello qui preso in esame abbia trovato in Italia un editore. I pregiudizi tecnofobici che dominano incontrastati il nostro panorama culturale hanno favorito la proliferazione di una pubblicistica quasi indecente sull'argomento.

Senza preconcetti e sulla base di un'attenta lettura dei testi originali e di una capillare indagine giornalistica, il libro analizza i contenuti scientifici, economici e politici del dibattito mondiale sugli organismi geneticamente modificati. Risalendo alle origini della paura per gli OGM, l'autrice mostra come una serie di pericoli inesistenti siano stati strumentalizzati in chiave propagandistica. Ripercorre quindi la nascita del mercato degli OGM negli USA, e l'emergere dei problemi di credibilità che le imprese multinazionali si sono create adottando strategie aggressive e monopolistiche.

La storia del "golden rice", il riso transgenico contenente un precursore della vitamina A, introduce poi il lettore alle potenzialità delle biotecnologie per affrontare la fame e le malattie nei paesi in via di sviluppo. E documenta come in paesi quali la Cina, Cuba, il Brasile e il Kenia si stiano affermando programmi per sviluppare OGM in grado di risolvere endemici problemi alimentari, sanitari ed ecologici. Nell'appendice, Anna Meldolesi traccia infine un affresco desolante della situazione italiana, che ha seguito e fatto conoscere internazionalmente attraverso i suoi interventi su Nature Biotechnology.

In considerazione del ruolo svolto dalle biotecnologie agroalimentari nel dibattito sulla globalizzazione, vale la pena di esaminare in dettaglio questi problemi, utilizzando diversi spunti contenuti nell'utile lavoro della Meldolesi.

Secondo il rapporto The State of Food Insecurity in the World, pubblicato dalla FAO nell'ottobre del 1999, nel 1995-1997 le persone sottonutrite nei paesi in via di sviluppo erano circa 790 milioni, e 34 milioni nei paesi sviluppati. La maggioranza, cioè 524 milioni, viveva in Asia, di cui 204 milioni in India e 164 milioni in Cina, mentre nell'Africa subsahariana le persone sottonutrite erano 180 milioni. Oggi si stimano in circa 830 milioni le persone che nel mondo soffrono la fame, e il loro numero è in aumento.

La popolazione globale del pianeta è attualmente di 6 miliardi di persone, ma sta rapidamente crescendo. Nel 2020 oscillerà tra 7,5 e 8 miliardi, e il fabbisogno di cereali aumenterà del 40% (200 milioni di tonnellate per i paesi sviluppati e 500 milioni per i paesi in via di sviluppo): le coltivazioni tradizionali, la cui resa sta diminuendo anche a causa del degrado del suolo, potrebbero non consentire di produrre il cibo necessario. Né sarebbe ragionevole pensare di convertire a fini agricoli nuovo terreno: ipotesi peraltro praticabile solo in Africa e in Sud America (ovviamente a scapito delle foreste e quindi degli equilibri ambientali), mentre in Asia non ce ne sarebbero nemmeno le condizioni. Non bisogna inoltre dimenticare che nel 2020 più del 50% della popolazione dei paesi in via di sviluppo vivrà in aree urbane (invece del 30% attuale) e che in Africa l'infezione da HIV, che causa l'Aids, sta praticamente cancellando un'intera generazione di lavoratori rurali e di contadini.

Sarà possibile produrre abbastanza cibo per due miliardi in più di persone senza ricorrere alle biotecnologie applicate alla produzione di piante, animali e pesci? Per qualcuno le biotecnologie non sarebbero indispensabili. Il problema della fame, si dice, è complesso e non dipende solo dalla quantità di cibo prodotto. Attualmente quest'ultimo eccede per circa l'8% il fabbisogno alimentare di tutti gli abitanti del pianeta. Il fatto che il 15% non ne abbia abbastanza dipende da fattori economici e politici.

La produzione attuale di cereali ammonta a circa 2 miliardi di tonnellate, ovvero 330 kg a testa all'anno, che rappresentano 3.600 calorie pro capite al giorno: cioè una quantità ampiamente sufficiente per coprire il fabbisogno energetico dell'intera popolazione mondiale. La disponibilità di cereali varia però enormemente da una nazione all'altra: nei paesi sviluppati sono disponibili 600 kg di cereali a testa, la maggior parte dei quali viene utilizzata come alimento per gli animali, mentre meno di 200 kg a testa arrivano ai paesi in via di sviluppo. Inoltre, all'interno di ogni nazione l'accesso al cibo o ai mezzi per produrlo sono largamente diseguali tra le famiglie. Di conseguenza, in molte nazioni, grandi segmenti di popolazione non hanno abbastanza cibo. E la stragrande maggioranza degli 830 milioni di individui sottonutriti si trova nelle comunità rurali povere.

Sulla base di questi dati, chi critica la globalizzazione economica, e la tesi che le biotecnologie potrebbero ridurre i problemi di approvvigionamento alimentare, ritiene che la sicurezza del cibo non sia un problema tecnico, ambientale o demografico, ma una questione di mezzi di produzione inadeguati degli agricoltori più poveri del mondo, che non possono far fronte ai loro bisogni di cibo in quanto schiacciati dalle logiche dell'economia di mercato. Comunque, se è vero che c'è una distribuzione diseguale, e che le biotecnologie e una maggiore quantità di cibo non risolveranno automaticamente i problemi che sono all'origine della distribuzione iniqua, è anche vero che agire solo sulla ridistribuzione non sarebbe la risposta risolutiva al problema della fame. Non c'è infatti sufficiente capacità produttiva nei paesi sviluppati per soddisfare la domanda mondiale attesa per il 2020.

Come è noto, alcuni credono che la risposta sia l'agricoltura organica. A parte i problemi di impatto ambientale, le coltivazioni organiche sono già largamente praticate dai poveri, che non sono in grado di acquistare i fertilizzanti, i pesticidi e gli strumenti per l'irrigazione. Le coltivazioni organiche possono risultare più produttive e sostenibili in contesti ambientali favorevoli, dove cioè il terreno possiede un elevato grado di fertilità, e dove esistono le condizioni tecnologiche e soprattutto economiche per sostenere questo tipo di coltivazione. Per eliminare la malnutrizione e la fame, la produzione di cibo e il potere d'acquisto devono entrambi aumentare nei paesi in via di sviluppo; e la produzione di cibo deve aumentare nei paesi sviluppati, in modo tale che i cereali possano essere esportati a prezzi che i paesi poveri sono in grado di pagare. Poiché la terra e l'acqua sono risorse limitate, ancora una volta non c'è altra opzione che aumentare la produttività del suolo disponibile.

La "rivoluzione verde" ha fatto molto, ma ha lasciato ancora molta povertà e fame. Il sensazionale incremento nella resa delle principali coltivazioni registrato negli anni Sessanta e Settanta fu il risultato dell'utilizzazione di poche varietà di piante selezionate, e dell'uso massiccio di fertilizzanti, diserbanti e pesticidi messi a punto dalla ricerca chimica per intervenire sui fattori ambientali che condizionano la produzione. Inoltre, la ricerca che ha prodotto i miglioramenti genetici alla base della rivoluzione verde veniva condotta nel contesto pubblico, e le varietà geneticamente adattate venivano offerte gratuitamente ai contadini o comunque protette con un sistema che consentiva di impiegare una parte del raccolto per la semina successiva, e di utilizzare liberamente le varietà in commercio per apportare ulteriori miglioramenti.

I benefici della rivoluzione verde non si sono comunque distribuiti equamente tra i diversi tipi di aziende agricole: le iniquità hanno probabilmente contribuito a creare diffidenza nei confronti degli OGM, quando i nuovi prodotti sono apparsi come una sorta di monopolio di poche imprese private concentrate peraltro negli Stati Uniti. I bassi prezzi dei prodotti hanno altresì creato un falso senso di sicurezza, ovvero la convinzione che la rivoluzione agricola fosse già vinta e alle spalle, per cui anche il sostegno pubblico allo sviluppo si è più che dimezzato, lasciando al settore privato il privilegio di investire nella ricerca. Tra il 1988 e il 1996 gli aiuti stranieri ai paesi poveri sono crollati del 57% e tra il 1986 e il 1998 la Banca Mondiale ha ridotto del 47% i prestiti per lo sviluppo agricolo e rurale. L'Unione europea ha quindi pensato bene di compensare con sussidi il declino di competitività delle produzioni agricole, assegnando il 40% dell'intero budget al 20% dei coltivatori; e suscitando il ragionevole sospetto che le restrizioni alla circolazione degli OGM, ufficialmente motivata con argomenti precauzionali, nasconda in realtà una politica protezionistica.

Nell'insieme, si è dunque determinata una serie di equivoci che non favoriscono l'apprezzamento del ruolo delle biotecnologie nell'affrontare i problemi alimentari della popolazione mondiale, ma soprattutto non stimolano politiche orientate al sostegno della ricerca e dell'innovazione.

I principali problemi da superare per rendere affidabili e utili le biotecnologie sono la sicurezza e la promozione di una rapida transizione verso le coltivazioni e gli alimenti cosiddetti di seconda generazione (dotati di caratteristiche funzionali alle diverse esigenze dietetiche o ambientali). Le biotecnologie, sinora a vantaggio esclusivo degli interessi privati delle multinazionali del settore e di alcuni sistemi produttivi agricoli (peraltro molto diversi, come il nordamericano o il cinese), devono ora produrre soluzioni concrete per i problemi alimentari e sanitari dei paesi più poveri. E questi sviluppi devono avvenire in un contesto che garantisca una valutazione efficace e preventiva dei rischi per la salute e per l'ambiente legati agli OGM.

Sul piano della sicurezza, la questione assume un duplice risvolto. Da un lato, va affrontata la percezione negativa delle biotecnologie nei paesi sviluppati, come l'Europa, dove il prevalere dell'approccio precauzionale ai rischi biotecnologici sta praticamente vanificando l'opportunità di sviluppare tecniche e prodotti in grado di risolvere sia i problemi dei paesi in via di sviluppo, sia quelli interni di competitività dei sistemi di produzione agricola. Dall'altro, vanno effettivamente promosse le condizioni perché emergano dei criteri efficaci e affidabili di valutazione dei rischi sanitari e ambientali associati alle modificazioni genetiche delle piante e degli animali, criteri che dovrebbero valere a livello internazionale per garantire soprattutto che, sulla spinta dei bisogni, i paesi in via di sviluppo non rinuncino ai necessari controlli.

I problemi economici, etico-sociali e legali sollevati dalla commercializzazione delle biotecnologie e degli OGM di interesse agroalimentare di prima generazione (che hanno l'obiettivo di incrementare la resa del terreno e ridurre i costi di produzione causati da parassiti, malattie, uso di pesticidi e diserbanti) hanno verosimilmente favorito una percezione negativa delle biotecnologie. Percezione che rischia di compromettere l'emergere delle coltivazioni o alimenti di seconda generazione, dove le trasformazioni mirate delle cosiddette designer crops potrebbero consentire da un lato di superare alcuni degli attuali metodi di produzione degli OGM che comportano qualche rischio (come l'uso di geni per la resistenza agli antibiotici come marcatori), ma soprattutto di sviluppare nuove coltivazioni funzionali dotate di particolari caratteristiche organolettiche, nutrizionali ed estetiche, ovvero con caratteristiche rispondenti a diverse esigenze nutritive, sanitarie e commerciali.

Che una svolta culturale nello sviluppo delle biotecnologie agroalimentari sia possibile lo dimostra la già citata storia del "golden rice", il riso arricchito di un precursore della vitamina A che gli conferisce un colore dorato, messo a punto da un gruppo di ricercatori guidato dal botanico svizzero Ingo Potrykus. Il modo in cui Potrykus è riuscito a trovare i finanziamenti, a ottenere (in parte gratuitamente) e gestire le 70 licenze sui diritti di protezione intellettuale che coprivano i prodotti e le tecnologie utilizzate è esemplare di come la collaborazione tra ricerca pubblica e privata possa portare alla scoperta di prodotti utili per i paesi in via di sviluppo, prodotti che, nel caso del "golden rice", non presentano nessuno degli effetti collaterali di monopolio privato, di impatto ambientale o sanitario e di destabilizzazione delle economie agricole locali.

La produzione di piante geneticamente modificate non è una tecnologia complessa ed è alla portata degli istituti di ricerca nazionali di molti paesi in via di sviluppo. Lo dimostra non tanto il fatto che Cina e India stiano investendo in modo consistente nel settore, e che la Cina negli ultimi dieci anni abbia lanciato una politica economica che punta all'indipendenza alimentare grazie alle coltivazioni geneticamente modificate, ma soprattutto la diffusione delle nuove tecnologie biogenetiche nei paesi africani e latino-americani.

Una strategia concreta potrebbe essere il potenziamento, da parte degli attori politici sopranazionali, del ruolo di centri come il Consultive Group on International Agricoltural Research (CGIAR), per promuovere una collaborazione con le imprese private volte a trasferire tecnologie, educare scienziati, fornire esperienze dirette nella gestione dei brevetti e facilitare l'acquisto di licenze abbassando i costi per i paesi in via di sviluppo. Tra l'altro, le rivoluzioni genomica e postgenomica genereranno così tanta informazione che solo la collaborazione tra pubblico e privato riuscirà a trasformarla in conoscenza rapidamente e concretamente utilizzabile per migliorare il benessere di tutti.

1 968 milioni di persone continuano a non avere accesso all'acqua potabile e 2,4 miliardi non hanno servizi igienici.

1bis La ricerca che fornirà maggiori opportunità concrete nel futuro sarà quella capace di collegare agricoltura e sanità pubblica.

2 Diversi malintesi hanno alimentato in Italia il dibattito sugli organismi geneticamente modificati (OGM) in campo agricolo.

2bis È abbastanza sorprendente che un saggio come quello qui preso in esame abbia trovato in Italia un editore.

3 Sarà possibile produrre abbastanza cibo per due miliardi in più di persone senza ricorrere alle biotecnologie?

4 La "rivoluzione verde" ha fatto molto, ma ha lasciato ancora molta povertà e fame.

5 Vanno effettivamente promosse le condizioni perché emergano dei criteri efficaci e affidabili di valutazione dei rischi sanitari e ambientali.

GILBERTO CORBELLINI è ricercatore in storia della medicina e bioetica presso l'Università di Roma "La Sapienza" ed è autore di Le grammatiche del vivente (Laterza, 1998; 2a ed. ampliata 1999).

 
-
-
Home - Sommario - Abbonamenti - Annunci - Libreria - Calendario

la Rivista dei Libri
Via de' Lamberti 1 - 50123 Firenze
tel. 055/219624, fax 055/295427