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Esami a sinistra
ANDREA PUGIOTTO

GIANFRANCO PASQUINO,
Critica della sinistra italiana, Roma-Bari, Laterza, 2001, pp. XVI-132, Lit 18.000
ID., La classe politica, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 127, Lit 12.000

Se avete a cuore le sorti della sinistra, sarà bene allora che prendiate in mano l'ultimo, intransigente saggio di Gianfranco Pasquino, Critica della sinistra italiana. Quasi ignorato al suo comparire — perché, per molti, mettere a nudo "da sinistra" i limiti della sinistra configura il reato di intelligenza con il nemico — merita invece, dopo il voto del 13 maggio, una attenta lettura, magari insieme a un precedente scritto dell'autore, La classe politica.

I due libri, infatti, sono come cerchi concentrici. Il meno recente offre una panoramica sul tema — decisivo per una democrazia — dei meccanismi di formazione della classe politica, il suo ricambio, i problemi connessi alla sua selezione, le (inesistenti) alternative e le riforme (auspicabili) per migliorarne la qualità. L'ultimo, invece, è un'analisi severa dello stato di salute dell'Ulivo: il ruolo in esso dei partiti (i DS in particolare), la dinamica dei suoi governi (con i problemi di conflittualità tra leadership e premiership), il suo riformismo privo di progettualità, la ricerca di una identità di sinistra fondata su basi ideali rinnovate. Due cerchi concentrici, dicevo, perché Critica della sinistra italiana è (anche) una verifica empirica di quanto illustrato ne La classe politica.

Questa è la chiave interpretativa che propongo. Una lettura, dunque, che guarda alla sinistra — perché a questa si rivolge Pasquino — ma che può interessare anche chi di sinistra non è. Infatti «se la sinistra funziona bene anche la destra è costretta a riformare se stessa; di conseguenza, potendo trarre vantaggio da sfide esplicite tra sinistra e destra e offrire alternanze apprezzabili, tutto il sistema politico funziona meglio», garantendo così effettive possibilità di scelta ai cittadini che, in tal modo, «riacquistano interesse per la politica, si informano e ritornano alla partecipazione influente, incisiva, decisiva» (Critica della sinistra italiana).


Tutti abbiamo presente la strategia comunicativa messa in atto, in vista del voto, da Silvio Berlusconi. Come in una delle più felici pellicole alleniane (Zelig, 1983), dove un camaleonte umano assumeva sembianze e psicologia dei propri interlocutori, così il leader del centro-destra durante la campagna elettorale. Un remake in piena regola: alla Confartigianato il racconto di quando — da vero «uomo del fare» — posò da solo la moquette del suo primo ufficio. Alla Coldiretti, il ricordo dei duri anni spesi in campagna a zappare. Alla Federcasalinghe, la confessione di avere spiccate attitudini ai lavori domestici. Alla Confindustria, la storia autobiografica del presidente-imprenditore. Insomma, «per ogni categoria umana, un aneddoto di vita».

Una strategia surreale, ottimo spunto di satira, come le versioni corrette dei manifesti elettorali («meno tosse per tutti», «meno tasse per Totti») o le imitazioni neorealistiche di Sabina Guzzanti. Eppure si è trattato di una scelta oculata, che cela qualcosa di non superficiale: la valorizzazione — a mio avviso — di un modello di «rappresentanza sociologica».

Che cosa sia e come nasca una simile idea di rappresentanza, alternativa a quella politica, è spiegato nel primo libro di Pasquino. Il distacco tra paese "legale" e paese "reale" spinge a risolvere la contrapposizione attraverso un'assemblea che fotocopi la società: da qui il mito di una selezione di parlamentari in relazione ai mestieri degli occupati, ai pensionati, ai disoccupati. L'autore ha gioco facile nel demolire tale idea di rappresentanza (cfr. La classe politica, pp. 55-58): un parlamento — se liberamente eletto in consultazioni democratiche — non riesce mai a essere sociologicamente ricalcato su età, professioni, livelli di istruzione e di reddito degli elettori. Si dovrebbe allora pensare a parlamentari non più eletti, ma designati da associazioni professionali; eppure anche una simile assemblea sarebbe uno specchio deformante in un'epoca dove alta è la mobilità lavorativa. Soprattutto, una rappresentanza sociologica «non è in grado di fornire nessuna garanzia né sulla competenza dei parlamentari né sulla loro rappresentatività politica» (La classe politica).

È senz'altro vero. Tuttavia — con le critiche di autoreferenzialità e di incompetenza — l'accusa alla classe politica di essere scarsamente rappresentativa ricorre tra l'elettorato. Ai suoi occhi, la suggestione di un'evocativa rappresentanza sociologica è la via per sostituire i politici di professione (che vivono di politica) con una nuova classe dirigente (che vive per la politica). Così, mentre a sinistra si rideva, il centro-destra ha raccolto voti.

Il paradosso è che a questa qualunquistica contrapposizione tra classe politica delegittimata e mitica società civile, la sinistra ha portato il suo contributo. Pasquino ci ricorda i ripetuti tentativi di pescare — per la carica di sindaco, presidente di regione, finanche per Palazzo Chigi — il jolly di un esponente del cosiddetto paese reale. In tal modo, la sinistra «finisce per riconoscere inavvertitamente, ma esplicitamente, che i suoi "politici di professione", i quali costituiscono la quasi totalità del suo personale politico e ministeriale, hanno minori possibilità di vincere rispetto a persone che "vengono dalla società civile"» e, così facendo, «va, da un lato, incontro a una moda — è bello e buono tutto quello che sta al di fuori della società politica — che dovrebbe, invece, contrastare; da un altro, non riesce, neanche se lo volesse, a ridare "dignità" alla politica, come attività e come professione; da un altro, ancora, non crea le premesse per la selezione di un ceto politico dirigente nuovo» (Critica della sinistra italiana).

Parafrasando la canzone di Gaber, la risposta della "gente", del "popolo dei fax" sarà (forse) di sinistra, ma con qualche cedimento a destra.


Nel libro del 1999, Pasquino insiste più volte sulla competizione elettorale come perno di selezione e ricambio della classe politica. Con Schumpeter, ci ricorda che si può anche prescindere dalla democrazia nei partiti, purché sia sempre garantita la democrazia competitiva fra i partiti, che si implementa principalmente nel rito democratico del voto popolare. È la competizione elettorale — specie se maggioritaria e in un contesto bipolare o bipartitico — a favorire periodici ricambi di classe politica al governo.

Su questo terreno l'autore rimprovera alla sinistra l'«errore strategico imperdonabile» di aver presentato ai cittadini il tema delle riforme istituzionali come technicalities, mera riallocazione di potere tutta interna al ceto politico. Viceversa, una buona riforma elettorale riconosce un voto di decisione all'elettore, favorisce una migliore selezione della rappresentanza, persegue una governabilità che crea le condizioni istituzionali per la realizzazione di politiche pubbliche efficaci. Dunque, la scelta del meccanismo per trasformare i voti in seggi «non è freddamente tecnica, ma caldamente politica: attiene al governo della polis» (Critica della sinistra italiana).

Cosa, di tutto questo, è transitato nella scorsa campagna elettorale? Solamente lo psicodramma delle cosiddette "liste civetta": la segreteria politica di Rifondazione che inizia una tre giorni di sciopero della fame (a rotazione) per sollecitare i due poli a rinunciare al trucco di liste artificiali, utili solo a sterilizzare il correttivo proporzionale dello scorporo; l'invito del Capo dello Stato a un gentlemen's agreement tra le forze politiche per risolvere il problema; il mancato accordo tra i due schieramenti. È lecito, in merito, formulare qualche fastidioso interrogativo?

Che le liste civetta siano un inganno per gli elettori è certamente vero, ma la sinistra non credo possa assumere pose moralistiche in materia. Nelle elezioni del 1996 l'Ulivo elesse nell'uninominale 12 deputati collegati a liste diverse dai propri partiti d'origine, in modo da evitare lo scorporo a danno di questi ultimi: se si tratta di un'operazione immorale, perché non fu denunciata allora? Nelle elezioni del 13 maggio scorso il centro-sinistra annoverava nel proprio schieramento due liste — Partito dei Comunisti italiani, Girasole — che, com'era prevedibile, non hanno superato la soglia proporzionale del 4% su scala nazionale, sotto la quale il meccanismo dello scorporo non scatta: dovremmo, allora, considerarle immorali liste civetta? È più riprovevole ricorrere al trucco delle liste civetta o appoggiare — con firme dei propri militanti — la presentazione di liste della Fiamma di Pino Rauti, come hanno fatto i DS in alcune regioni (a esempio, in Emilia Romagna) in occasione delle elezioni del 1996?

Non basta: è più ingannevole per l'elettore una lista civetta o un accordo di desistenza? Nel 1996 l'Ulivo e Rifondazione pattuirono la reciproca rinuncia a presentare propri candidati in competizione tra loro, ed è grazie a questo meccanismo elettorale che il centro-sinistra vinse le elezioni (cfr. Critica della sinistra italiana, pp. 3-4). In tal modo «il partito di Bertinotti era, al tempo stesso, parte elettorale di uno schieramento giovandosi dei relativi vantaggi, e parte politica autonoma in Parlamento senza vincoli di coalizione». Ne risultò un governo Prodi retto dall'appoggio di Rifondazione così «come la corda sostiene l'impiccato» e quando, dopo due anni, Bertinotti con il suo partito di lotta e di governo decise di stringere il cappio, sappiamo come andò a finire.

Il vero è che liste civetta e accordi di desistenza sono tutti escamotages giuridicamente legittimi, che però danno il senso di una legge elettorale che insegue un impossibile compromesso tra due filosofie antitetiche della rappresentanza politica — il modello consensuale e il modello Westminster, per usare le categorie di Lijphart — determinando così la perdita dei vantaggi della proporzionale senza acquisire i vantaggi del maggioritario. Una legge che pure — anche da sinistra — è stata difesa in occasione dei due ultimi referendum elettorali, mirando con successo al mancato raggiungimento del quorum di validità. «A questo punto, se qualsiasi referendum prossimo venturo potrà essere sconfitto dall'astensionismo, a prescindere da una valutazione del merito dei quesiti», osserva Pasquino, «la promozione attiva della partecipazione politica viene meno. Quando il cittadino astensionista, tale per scelta, per indifferenza o per impossibilità fisica a partecipare, prevale sul cittadino partecipante, la qualità della democrazia subisce un disastroso restringimento».

Questo, semmai, è il vero motivo di indignazione.


Nel capitolo su i possibili rimedi alle malattie della classe parlamentare — trasformismo, assemblearismo, clientelismo, consociativismo — il libro di Pasquino affronta anche il problema delle cause di ineleggibilità e di incompatibilità: se le prime comportano la perdita dell'elettorato passivo, le seconde impongono la scelta tra l'ufficio elettorale e un altro ufficio essendo vietato il loro esercizio contestuale (cfr. La classe politica, pp. 86-91).

Il tema della ineleggibilità è entrato nella campagna elettorale, come una spada di Damocle pendente sul capo di entrambi i candidati premier dei due principali schieramenti. È certamente un problema sopravvalutato, perché nulla impedisce a un non parlamentare di diventare Presidente del Consiglio (come fu per Ciampi nel 1993, Dini nel 1995, Amato nel 2000). Poniamoci, tuttavia, l'interrogativo: erano eleggibili Rutelli e Berlusconi?

Sul piano strettamente giuridico-formale, la risposta è affermativa. Quanto al primo, la legge impone ai sindaci dei Comuni maggiori di dimettersi entro i 180 giorni precedenti la fine della Legislatura: Rutelli, invece, ha rimesso più tardi il proprio mandato. Ma è la stessa legge a precisare che, in caso di scioglimento anticipato della Camera, tale causa di ineleggibilità non ha effetto, purché le dimissioni intervengano entro 7 giorni dalla pubblicazione del decreto di scioglimento (così l'ultimo comma dell'art.7, D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361). E poiché, sia pure di poco, il Capo dello Stato ha sciolto anticipatamente il Parlamento, questa è la fattispecie inveratasi. Contro Berlusconi, invece, si è invocato l'art.10 della stessa legge: sono ineleggibili «coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato» per rilevanti concessioni amministrative. Ma, nell'organizzazione societaria di Mediaset, Berlusconi non è (più) presidente; inoltre, trattandosi di norma limitativa di un diritto fondamentale — qual è il diritto di elettorato passivo — l'art.10 cit. è di stretta interpretazione e non tollera estensioni ermeneutiche: il leader della Casa delle Libertà, dunque, era eleggibile (come già riconosciuto dalla Camera nel 1994 e nel 1996, cioè da una maggioranza di centro-destra prima, di centro-sinistra poi).

Sul piano sostanziale — giuridicamente irrilevante ma politicamente significativo — le cose, invece, stanno diversamente. Per entrambi, però. Se si prende sul serio la ratio della causa di ineleggibilità, è semplicemente ridicolo che le porte di Montecitorio siano chiuse per Fedele Confalonieri e non per il suo azionista di riferimento. Quanto all'eleggibilità di Rutelli, le sue ritardate dimissioni hanno creato una situazione di indebita pressione sul Presidente della Repubblica nell'esercizio del potere di scioglimento anticipato del Parlamento: come poteva sapere, Rutelli, che la Legislatura si sarebbe interrotta prematuramente? Inoltre, motivata la propria decisione di dimettersi in ritardo con la necessità di attendere la conclusione del Giubileo, di cui era Commissario straordinario in quanto sindaco di Roma, Rutelli ha ammesso — non so quanto consapevolmente — la violazione della ratio della causa di ineleggibilità che «consiste semplicemente nel ridurre il vantaggio di popolarità che sindaci e consiglieri regionali avrebbero potuto sfruttare nei confronti di eventuali concorrenti» (La classe politica).


Ma, si dirà, per Silvio Berlusconi — diversamente che per Rutelli — esiste un problema di incompatibilità, in ragione del suo gigantesco conflitto di interessi. Di questo tema Pasquino parla diffusamente. Segnalando come la sua regolamentazione debba garantire reciproca autonomia tra sfera politica e sfera economica, perché «se un non regolamentato conflitto di interessi conduce alla plutocrazia, al governo dei ricchi, la manipolazione dell'economia e del mercato a opera dei detentori del potere politico dà probabilmente la spinta più decisiva all'affermarsi della partitocrazia» (La classe politica). Denunciando «una illiberale e devastante sovrapposizione del potere economico e mediatico con il potere politico» che «in nessun sistema politico liberal-costituzionale contemporaneo verrebbe accettata» (Critica della sinistra italiana).

Sul tema è stato un comico (Daniele Luttazzi) a descrivere al meglio la situazione: «Cavaliere, il fatto che per Lei il problema del conflitto di interessi non sia un problema, è il problema». Ma se, da chi è direttamente coinvolto, non è saggio aspettarsi valide soluzioni, l'interrogativo da porsi è un altro: perché il Parlamento, dove il centro-sinistra è stato maggioranza per l'intera legislatura, non ha approvato una legge contro la commistione tra interessi pubblici e privati? Perché il disegno di legge in materia, votato a larghissima maggioranza alla Camera nel '98, non è stato approvato in via definitiva dal Senato?

Si possono avanzare alcune risposte, tutte sgradevoli. Una risposta tattica: la sinistra ha preferito accantonare il problema del conflitto di interessi per aprire un dialogo con l'opposizione in Bicamerale, commettendo così un grave errore di valutazione, come i fatti si sono incaricati di dimostrare. Una risposta strategica, cui fa cenno lo stesso Pasquino: «mantenere una sorta di, peraltro elettoralmente e politicamente inefficace, ricatto sulle prospettive di carriera governativa del cavalier Silvio Berlusconi» (Critica della sinistra italiana). Ma, più in profondità, c'è anche una risposta opportunistica, propria di una classe politica che annovera un solo Berlusconi, ma numerosi «berluschini»4. Quel testo di legge, correttamente, si poneva il problema di evitare conflitti di interesse per tutte le cariche di governo (Presidente del Consiglio, ministri, sottosegretari) oltre che per le autorità garanti, a esempio prevedendo — a pena di decadenza dall'incarico — «il divieto di esercizio professionale e l'obbligo di collocamento in aspettativa in caso di partecipazione a consigli di amministrazione», ovvero un trust per i pacchetti azionari di titolarità degli aspiranti a tali cariche. Misure severe, la cui entrata in vigore avrebbe certamente creato difficoltà a molti componenti dell'allora governo Prodi, nel decidere se mantenere i propri incarichi ministeriali.

Ciò detto, il nodo del conflitto di interessi del premier Berlusconi resta, irrisolto, in tutta la sua gravità. Ma la sinistra — rispetto al 1994 e al 1996 — ha meno titoli per porlo in maniera credibile.


C'è, infine, un sottinteso nella riflessione condotta da Pasquino: la legittimazione a governare di tutti gli schieramenti in campo, condizione irrinunciabile per una corretta dialettica politica. Per incanalare in un circolo virtuoso le critiche degli elettori alla classe politica — evitandone così la deriva antiparlamentare — è necessario «costruire un rapporto di rappresentanza come responsabilità». Dove, cioè, quelle critiche possano essere indirizzate «non tanto alla classe politica nel suo insieme indifferenziato» quanto piuttosto alla maggioranza e all'opposizione: in tal modo tali censure «finiranno per avere a solido fondamento opinioni manifestate, fenomeni concreti, voti espressi. Cosicché, la classe politica, sia di governo che di opposizione, verrebbe più precisamente e incisivamente criticata per i suoi comportamenti piuttosto che per la sua semplice esistenza, e potrebbe, in special modo se si utilizza un sistema elettorale adeguato, essere punita/premiata per il suo operato» (La classe politica). Ebbene, un'alternanza possibile presuppone schieramenti egualmente abilitati a governare.

Che questa sia la convinzione di tutta la sinistra, non è dato vedere. In campagna elettorale, infatti, hanno conquistato la ribalta due appelli molto diversi nei toni e nei contenuti (eppure convergenti nel loro significato di fondo). Del primo — titolato "Salviamo lo Stato di Diritto"5 — è qui sufficiente ricordare l'incipit: «È necessario battere col voto la cosiddetta Casa delle Libertà. Destra e sinistra non c'entrano: è in gioco la democrazia». L'altro, invece, è un "Appello contro la faziosità politica", anch'esso promosso da personalità della sinistra6, il quale muove dall'opposta convinzione «che non sia in atto uno scontro tra civiltà e barbarie», contestando «la trasformazione della campagna elettorale in un conflitto finale in difesa della democrazia in pericolo».

Non mi risulta che Pasquino abbia firmato uno dei due. Coerentemente, mi pare di poter dire. Posso immaginare che del primo appello non condivida le premesse. Nelle elezioni politiche chi vince non vince tutto (e chi perde non perde tutto), perché il nostro è un sistema costituzionale a pesi e contrappesi, connotato da un pluralismo istituzionale e articolato — ora — in forti autonomie regionali. Esistono inoltre vincoli derivanti dal processo di integrazione europea che si impongono a tutti. Infine «la democrazia non è mai in gioco finché le due regole su cui si basa, la regola della maggioranza e il rispetto per l'esistenza della minoranza, non sono toccate»7. Semmai, l'esito del voto può incidere sulla qualità della democrazia, alla luce delle politiche pubbliche e istituzionali che lo schieramento vincente cercherà di mettere in atto: in tal caso, però, la sinistra sconfitta dovrà «fare una opposizione responsabile, bipartisan sulle scelte di politica estera, ma autenticamente europeista, intransigente sui diritti, propositiva e alternativa sulle politiche» (Critica della sinistra italiana). Quanto al secondo appello, la sola necessità di invitare a non demonizzare l'avversario segnala un'anomalia, che preclude una possibile alternanza. Ecco la convergenza tra i due appelli, pur così diversi: se l'uno non riconosce legittimazione all'avversario, l'altro muove da una delegittimazione già scontata in partenza.

Una campagna elettorale tutta giocata come un referendum contro o pro Berlusconi non poteva interessare ai molti che non credono né alle streghe né agli esseri cosmicostorici di hegeliana memoria. Soprattutto, non serviva alla sinistra, perché «sul piano delle promesse, il centro-destra e, in special modo, il suo candidato-premier Silvio Berlusconi appaiono quasi imbattibili … Quello che sappiamo, però, è che molto raramente la maggioranza degli elettori delle democrazie vanno a "vedere" le carte e i bluff delle opposizioni. Più spesso, votano a occhi ben aperti valutando quanto è stato "fatto" piuttosto che quanto viene "promesso"» (Critica della sinistra italiana). In campagna elettorale, invece, la sinistra ha paurosamente sbandato tra una linea giacobina di demonizzazione dell'avversario e la rivendicazione di quanto fatto al governo «seppure in maniera episodica … ma con sostanziale successo».

Il guaio, per la sinistra, è che spesso, tra i due litiganti, è il terzo che gode.


1Cfr. il corrosivo articolo di A. Longo, "Artigiano, contadino, cantante: vita e opere di Silvio-Zelig", la Repubblica, 22 marzo 2001.

2Collegati al Partito sardo d'Azione furono eletti Antonello Soro e Salvatore Ladu (PPI), Antonio Attili e Francesco Carboni (DS); collegati alla Federazione dei Verdi vennero eletti Federico Orlando (Indipendente dei DS), Nando Dalla Chiesa (Rete) e Giovanni Di Stasi, Antonio Soda, Giovanna Grignaffini, Valter Bielli e Adriano Vignali (tutti DS).

3M. Teodori, "Civette e camaleonti", il Giornale, 6 marzo 2001.

4 Cfr. l'illuminante articolo di C. Missiroli, "Siamo tutti berluschini", Liberal, 3 settembre 1998, pp. 34-35, da cui recupero gli argomenti riportati nel testo.

5Promosso da Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Alessandro Pizzorusso, Paolo Sylos Labini, lo si può leggere integralmente in Diario del 30 marzo 2001, p. 141.

6I firmatari sono, infatti, Franco Debenedetti, Luciano Cafagna, Michele Salvati, Paolo Mieli, Augusto Barbera: il testo integrale dell'appello può leggersi ne Il foglio del 10 marzo 2001.

7A. Panebianco, "La corsa alle urne tra appelli alla difesa della democrazia e rischi di faziosità", Corriere della Sera, 14 marzo 2001.

 
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