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L'onore di Andreotti
GIANFRANCO PASQUINO
NICOLA TRANFAGLIA, La sentenza Andreotti. Politica, mafia e giustizia nell'Italia contemporanea Milano, Garzanti, 2001, pp. 157, Lit 19.000
Dalle reazioni alla sentenza del tribunale di Palermo nei confronti di Andreotti Giulio, accusato di collusione con la mafia, abbiamo appreso quanto è sottile la linea che per molti politici separa l'assoluzione dalla beatificazione. Quasi tutto lo schieramento di centro-destra ha applaudito la sentenza di assoluzione in primo grado; i popolari non hanno perso tempo nell'unirsi all'applauso, ricompensati qualche mese dopo con le dimissioni di Andreotti dal loro gruppo parlamentare; periodicamente, persino numerosi parlamentari della sinistra hanno riversato al Senato i loro battimani sul senatore a vita; non è mancato l'entusiasmo di Comunione e Liberazione e della Compagnia delle Opere; le gerarchie ecclesiastiche hanno celebrato con contenuta contentezza; il papa stesso ha formulato pubblicamente e solennemente le sue congratulazioni personali; e le televisioni e i quotidiani hanno aumentato, se possibile, il numero di interviste banali e subalterne al sette volte presidente del Consiglio, come se fosse un vecchio saggio e immacolato.
Appena più baldanzoso del solito, Andreotti ha continuato a esprimersi (anche se, probabilmente, un vecchio davvero saggio sceglierebbe qualche volta di tacere) su tutto: dal calcio al disagio giovanile e, naturalmente, dalla storia d'Italia e del mondo alla politica interna ed estera. Sul banco degli imputati sono saliti i procuratori della Repubblica di Palermo, colpevoli di avere istruito un processo che non potevano vincere (ma l'azione penale non è obbligatoria in questo paese?). Pochi hanno davvero letto la sentenza, ovvero almeno il suo dispositivo e, come lamenta giustamente Nicola Tranfaglia, i grandi quotidiani non si sono curati di informarne accuratamente (che non significa estesamente) del contenuto i loro lettori. Comunque, il caso Andreotti non è chiuso perché la Procura di Palermo ha opportunamente fatto ricorso in appello. Anche per questa ragione, sembra doveroso leggere quella sentenza, ovvero almeno il suo dispositivo, e lo storico Tranfaglia, che ha al suo attivo molti studi sulla mafia, ha fatto bene a proporne a Garzanti la pubblicazione accompagnata da un suo lungo e denso commento.
Metà cauto e metà perentorio, il commento di Tranfaglia distingue costantemente fra la responsabilità giudiziaria, che si nutre di prove precise, dirette e certe, e la responsabilità storico-politica. «Lo storico può
ritenere che il comportamento politico di un determinato soggetto sia contrario all'etica pubblica, ai valori democratici, al senso delle istituzioni e proporre dunque un giudizio critico e negativo.» Questo è il giudizio, critico e negativo, ampiamente condivisibile, che Tranfaglia dà del comportamento politico di Andreotti, con particolare riferimento a quella che definisce la «coabitazione» fra mafia e politica. Curiosamente, anche i magistrati di Palermo hanno rilevato quanto stretta fosse la coabitazione fra la politica di Andreotti e alcuni soggetti con rilevanti collegamenti mafiosi. Sorprende, tuttavia che non abbiano ritenuto quella coabitazione penalmente rilevante. Per capirne di più, merita sottolineare i più illuminanti passi della sentenza.
Scrivono i giudici che, per quel che riguarda i cugini Salvo, «l'asserzione dell'imputato di non avere intrattenuto alcun rapporto con [loro] è risultata inequivocabilmente contraddetta dalle risultanze probatorie». Ciò nonostante, «l'esistenza di diretti rapporti personali e di un intenso legame politico tra il sen. Andreotti ed i cugini Antonino e Ignazio Salvo non è
sufficiente a provare la partecipazione dell'imputato all'associazione mafiosa Cosa Nostra». Quanto ai rapporti fra Salvo Lima e Andreotti, i giudici sottolineano l'esistenza di un «forte legame
sul piano politico», tradottosi in «uno stretto rapporto fiduciario»; mettono in evidenza il ruolo di Lima come capo della corrente andreottiana in Sicilia; aggiungono che «l'on. Lima attuò, sia prima che dopo la sua adesione alla corrente andreottiana, una stabile collaborazione con Cosa Nostra, ed esternò all'on. Evangelisti (uomo politico particolarmente vicino al sen. Andreotti) la propria amicizia con un esponente mafioso di spicco come Tommaso Buscetta, esprimendo altresì una chiara consapevolezza dell'influenza di quest'ultimo soggetto»; e concludono che «il problema dei rapporti esistenti tra la corrente andreottiana siciliana e l'organizzazione mafiosa fu portato all'attenzione del sen. Andreotti dal gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa già nell'aprile 1982».
Per quel che riguarda i rapporti con Vito Ciancimino, «deve rilevarsi che dagli elementi di prova acquisiti è emerso che l'ex Sindaco di Palermo, in un periodo in cui era stato raggiunto da pesanti accuse in sede politica ed in cui era ampiamente nota la sua vicinanza con ambienti mafiosi, instaurò rapporti di collaborazione con la corrente andreottiana, sfociati poi in un formale inserimento in tale gruppo politico, e che i medesimi rapporti ricevettero, su richiesta dello stesso Ciancimino, l'assenso del sen. Andreotti nel corso di un incontro appositamente organizzato a questo scopo. A ciò fecero seguito pur tra alterne vicende ulteriori manifestazioni di cointeressenza, sia sotto il profilo dei finanziamenti finalizzati al pagamento delle quote relative al "pacchetto di tessere" gestito dal Ciancimino, sia sotto il profilo dell'appoggio dato dai delegati vicini al Ciancimino alla corrente andreottiana in occasione dei congressi nazionali del partito svoltisi nel 1980 e nel 1983». Inoltre, «il complessivo contegno tenuto dal sen. Andreotti nei confronti del Ciancimino denota certamente la indifferenza ripetutamente mostrata dall'imputato rispetto ai legami che notoriamente univano il suo interlocutore alla struttura criminale, ma non si traduce inequivocabilmente in una adesione all'illecito sodalizio».
Credo che si debbano sottolineare tutti gli avverbi utilizzati dai giudici di Palermo: certamente, ripetutamente, notoriamente, non inequivocabilmente. Infine, per quel che riguarda i rapporti con Sindona, «è emerso inequivocabilmente che Michele Sindona considerava il sen. Andreotti un importantissimo punto di riferimento politico, cui potevano essere rivolte le proprie istanze attinenti alla sistemazione della Banca Privata Italiana ed ai provvedimenti penali che il finanziere siciliano doveva affrontare in Italia e negli USA. A questo atteggiamento del Sindona, fece riscontro un continuativo interessamento del sen. Andreotti, proprio in un periodo in cui egli ricopriva importantissime cariche governative
il sen. Andreotti, oltre a manifestare in via generale un vivo interesse per la situazione del Sindona, non di rado assicurò agli interlocutori
il proprio attivo impegno per agevolare la soluzione dei suoi problemi di ordine economico-finanziario e di ordine giudiziario. Il sen. Andreotti, inoltre, realizzò alcuni specifici comportamenti che apparivano concretamente idonei ex ante ad avvantaggiare il Sindona nel suo disegno di sottrarsi alle conseguenze delle proprie condotte, ed inequivocabilmente rivolti a questo fine
Il significato essenziale dell'intervento spiegato dal sen. Andreotti (anche se non le specifiche modalità con le quali esso si era realizzato) era conosciuto dai referenti mafiosi del Sindona» e, viceversa, «una approfondita conoscenza, da parte del sen. Andreotti, del collegamento del Sindona con lo schieramento mafioso "moderato" [?] è sicuramente dimostrata dalle espressioni usate dall'imputato nell'incontro del 5 aprile 1982 con il gen. Dalla Chiesa». Infine, «rimane
il fatto che l'imputato, anche nel periodo in cui rivestiva le cariche di Ministro e di Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, si adoperò, con le condotte ampiamente indicate, in favore del Sindona, nei cui confronti l'Autorità Giudiziaria italiana aveva emesso sin dal 24 ottobre 1974 un ordine di cattura per il reato di bancarotta fraudolenta».
Per chiunque, questa sequenza di compartecipazione politica e di interventi a sostegno di attività condotte da politici e da finanzieri collegati a «referenti mafiosi» risulterebbe devastante. Persino, in una certa misura, per lo stesso Andreotti. Infatti, i giudici ritengono che «alla base dell'assoluta negazione, da parte dell'imputato, dei propri rapporti con i cugini Salvo, vi sarebbe una precisa consapevolezza del carattere illecito di questo legame personale e politico». «Illecito» ma, evidentemente, a parere dei giudici, penalmente non rilevante, eppur tuttavia politicamente rilevante. Non è penalmente rilevante perché, notano questi esigentissimi giudici di Palermo, nel clamoroso e cruciale caso dei rapporti con l'on. Lima «non è rimasto sufficientemente provato che l'imputato
abbia posto in essere una condotta di inserimento organico nella struttura dell'associazione di tipo mafioso, ovvero abbia effettivamente realizzato specifici interventi idonei ad assicurare l'esistenza o il rafforzamento di Cosa Nostra in una fase patologica della sua vita». Dunque, non è sufficientemente si noti questo avverbio decisivo provato né che Andreotti sia un mafioso né che abbia effettivamente operato a favore della mafia.
Con accanimento giudiziario si può dire così? i giudici di Palermo sventagliano tutta una gamma di severissime critiche nei confronti della Procura e dei procuratori di Palermo. Farò due sole, ma esaustive, citazioni. La prima si riferisce al famoso incontro con bacio con Totò Riina. Secondo i giudici, «ancora una volta, quindi, vi è l'ennesimo [si noti la sicuramente eccessiva ripetitività dell'affermazione], radicale ed insanabile contrasto tra le fonti di prova che conferma la palese contraddittorietà ed insufficienza del compendio accusatorio sulla base del quale dovrebbe ritenersi raggiunta la prova dell'avvenuto incontro tra l'imputato e Salvatore Riina». La seconda citazione, che sta a chiusura della sentenza, serve da critica all'intero «quadro probatorio caratterizzato complessivamente da contraddittorietà, insufficienza e, in alcuni casi, mancanza delle prove in ordine ai fatti di reato addebitati all'imputato». Qualcosa, però, persino i rigorosissimi giudici di Palermo hanno ritenuto provato: i rapporti «diretti» e «personali» fra Andreotti e i cugini Salvo; l'«assenso» di Andreotti al «formale inserimento» di Ciancimino nella sua corrente; alcuni «specifici comportamenti che apparivano concretamente idonei ex ante ad avvantaggiare il Sindona»; uno «stretto rapporto fiduciario» con Lima, il quale «attuò, sia prima che dopo la sua adesione alla corrente andreottiana, una stabile collaborazione con Cosa Nostra».
Forse per una condanna in sede penale, ma lo si vedrà in appello, tutti questi rapporti, alcuni dei quali tradotti in comportamenti effettivi, non bastano a provare che Andreotti abbia concretamente aiutato la mafia. Bastano, però, a sollevare il problema, come sostiene giustamente Tranfaglia, della conformità dell'azione politica di Andreotti a un'etica pubblica democratica e al senso delle istituzioni. Lungi dal risolvere il problema, questo riferimento a un'etica pubblica, ai valori democratici, al senso delle istituzioni solleva, invece, il quesito su chi, come e quando possa fare valere tutti questi sacrosanti princìpi.
Per cominciare, il potere grande e duraturo di Andreotti si è costruito con riferimento all'assenza di un'etica pubblica, a valori democratici imprecisati, a un senso delle istituzioni tale che gli ha consentito, fra l'altro, di continuare a proteggere e favorire Sindona anche quando era già stato spiccato nei confronti del finanziere siciliano un ordine di cattura. Naturalmente, non possiamo aspettarci nessuna etica pubblica dalle gerarchie ecclesiastiche che si dimenticano di dare a Cesare quel che è di Cesare. Non possiamo non avere qualche riserva su quei democristiani che, dentro e fuori del loro partito, non posero mai il problema dei legami di alcuni loro dirigenti con la criminalità organizzata, come non lo pongono i loro successori variamente collocati nei due maggiori schieramenti, con preferenza spiccata per la sedicente Casa delle Libertà.
Per saperne di più bisognerebbe, allora, compiere due operazioni. La prima consiste nel ricostruire la storia della formazione della corrente andreottiana in Sicilia. Non era compito dei giudici; è un compito civile di sociologi, politologi, giornalisti. Vorremmo sapere e, indagando, potremmo effettivamente sapere, quando nasce la corrente andreottiana in Sicilia, chi sono i suoi dirigenti, chi sono i suoi finanziatori, da dove provengono i suoi voti, su quali candidati vengono fatti convergere, quali sono i comportamenti degli eletti nelle rispettive assemblee, dove sono confluiti quando, finita la necessità per Andreotti di essere presente e organizzato in Sicilia, la sua corrente viene meno. Può darsi che Andreotti non abbia mai influito sulle sentenze favorevoli alla mafia per cui fu indagato il giudice Carnevale, ma i favori alla mafia potevano essere fatti in termini di licenze, di appalti, di impunità di vario tipo garantita a livello locale. Negli enti locali e nel sottogoverno, gli andreottiani possono avere fatto la differenza a favore dei mafiosi, molto attenti ai benefici necessari e richiesti.
Troppe volte, sia da alcuni critici dell'operato di Andreotti, in particolare dal comunista Emanuele Macaluso, che da molti sostenitori, è stato affermato che non si doveva e non si poteva processare Andreotti in quanto non si può processare la storia d'Italia. Questa affermazione è doppiamente mal posta. Lo è, in primo luogo, perché fortunatamente Andreotti non ha scritto la storia d'Italia che, al contrario, è stata scritta anche, per restare al caso Sindona, dagli oppositori di Andreotti: l'avvocato Giulio Ambrosoli, il governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi, il direttore generale Mario Sarcinelli, che, per la loro coscienza civile e per la loro etica pubblica, hanno pagato prezzi molto elevati. Tuttavia, se davvero Andreotti fosse stato giudicato un mafioso, a maggior ragione avrebbe dovuto essere condannato. Non sarebbe, comunque, stata condannata la storia d'Italia, ma "quella" storia e, soprattutto, la condanna avrebbe ridato dignità al paese, come accade per altri sistemi politici quando si liberano di gruppi di potere che li hanno intimiditi, soggiogati e dominati.
In secondo luogo, l'identificazione del processo ad Andreotti con un eventuale processo alla storia d'Italia è mal posta poiché a Palermo era sotto processo non tanto il governante Andreotti quanto il politico, il capocorrente Andreotti. Di costui, i giudici hanno indirettamente dimostrato ed esplicitamente sancito che per creare e potenziare la sua corrente si è appoggiato a referenti con noti legami mafiosi. Sarebbe quanto basta a squalificare un uomo politico in quasi tutti i paesi, non normali, ma semplicemente decenti. Non basta in Italia. Allora, il problema è che l'etica pubblica in questo paese risulta di qualità nettamente inferiore a quella prevalente nelle democrazie europee e occidentali; i valori democratici non sono affatto condivisi trasversalmente in tutto il sistema politico; il senso delle istituzioni appare molto carente e le istituzioni vengono spesso piegate in senso particolaristico e con modalità opportunistiche. Chi ha beatificato Andreotti dopo la sentenza di Palermo ha dimostrato di avere un'etica pubblica non molto esigente; valori democratici non molto solidi; scarso senso delle istituzioni.
Ripetutamente Tranfaglia segnala il rischio che la guardia venga abbassata nella lotta alla mafia e che l'impegno dello stato venga meno. Questo rischio rimane nell'ambito delle eventualità. Il vero problema, però, è che gli applausi ad Andreotti e le omissioni di informazioni dei mass media ai loro lettori/ascoltatori segnalano che il potere del senatore deriva dal fatto che, con i suoi comportamenti e con il suo stile politico, è sempre stato rappresentativo di una parte cospicua di questo paese. Se il paese, la sua società civile e il suo sistema politico non cambiano, neppure il giudizio su Andreotti potrà cambiare. Il processo di Palermo non era il processo alla storia d'Italia; ma, nient'affatto paradossalmente, l'assoluzione di Andreotti è stata l'assoluzione di una parte, non la migliore, dell'Italia. È la parte che ha applaudito, autoassolvendosi e congratulandosi con se stessa.
1Dalle reazioni alla sentenza nei confronti di Andreotti Giulio, abbiamo appreso quanto è sottile la linea che per molti politici separa l'assoluzione dalla beatificazione.
2 Per chiunque, questa sequenza di compartecipazione politica e di interventi a sostegno di attività condotte da politici e da finanzieri collegati a «referenti mafiosi» risulterebbe devastante.
3 Ripetutamente Tranfaglia segnala il rischio che la guardia venga abbassata nella lotta alla mafia e che l'impegno dello stato venga meno.
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