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Finalmente Tamaro!
PIERO CUDINI
SUSANNA TAMARO
Rispondimi
Milano, Rizzoli, 2001, pp. 229, Lit 24.000
Mi càpita da qualche mese di vivere a Parigi. Mi manca tanto il Papa. Lo so, lo so che dovrebbero mancarmi anche la pizza, gli spaghetti, il caffè buono; ma in qualche modo ci so rinunciare, evito di prostituirmi alla catena "Pizza Pino", dove vedi entrare italioti famelici già pronti poi, in uscita, alla lamentazione, penso di poter sopravvivere pure se il caffè non è proprio ristretto, me ne sto, quanto posso, contento di me stesso, felice già al solo passare di qualche vraie parisienne che sfiora i marciapiedi con eleganza da pantera rosa, ben soddisfatto della mostra di Giacometti e di quella di Picasso erotico, dei concerti di venerabili vetustà come Henry Salvador e Sonny Rollins, rapito (ravi, come dicono qui) all'incrociare uno sguardo verdeoro, curioso (in senso alto, se mi si permette) del mescolarsi e confondersi dei colori, degli studenti e dei fiori (qui ritrovo persino le violette, sparite da noi da un'eternità).
Insomma, diciamo la verità: alla pizza, al caffè, agli spaghetti, si può pure rinunciare: qualche (modesto?) compenso Parigi lo sa offrire, si può ben evitare (almeno nelle mie, fortunate, condizioni) di sentirsi un povero emigrante. Però il Papa non c'è, e quello davvero può mancare. Mancano le notizie sull'ultimo tremolio della Sua voce, sul discorso in cui sicuramente ha detto che la pace è meglio (ma molto, molto meglio) della guerra, sull'abbraccio a qualche bimbetto, la vacanzella a Castelgandolfo, la passeggiatina in montagna. Come faccio? Non vedo gl'italici telegiornali, la radio italiana si prende male, rimane solo qualche giornale ma vuoi mettere l'immagine viva, la voce? Così, mi manca; mi manca, come minimo, quel buon quarto d'ora di Papa che, previo pagamento del canone, puoi goderti ogni giorno in Italia: magari, appunto, mentre stai mangiando la pizza o gli spaghetti, o ti assapori il primo caffè del mattino («e il buon aroma si diffonde intorno»: Gozzano, com'è noto), e così ti benedici la giornata che s'inizia.
La Francia, si sa, ha questa maledetta mania del laicismo; e, in sei mesi, mai che mi sia capitato d'imbattermi, in radio o in TV, in Sua Santità; perfino i giornali Lo trascurano, appena poche righe nelle pagine interne a dar notizia che, enfin, perfino l'interminabile Giubileo era finito, la benedetta Porta s'era chiusa. Ma come campano, questi francesi? E che senso può avere uno Stato che non sia di fatto sottomesso (umilmente, pur se con dignità: s'intende) a Sua Santità? Ma come fanno, com'è possibile?
«Ma per fortuna che c'è il Riccardo», diceva un'antica canzone di Giorgio Gaber. Aggiorniamo, attualizziamo: ma per fortuna che c'è la Tamaro! Ebbene sì, abbiamo pazientato quattro anni (come s'accorciano i tempi, come tutto si brucia nell'ebbrezza veloce del viver moderno: son dieci volte meno dei quaranta urlati dal Duce; e però ci sembrava lo stesso un'Eternità), ma ora, finalmente, la nuova Tamaro è arrivata. Il 24 gennaio il libro usciva in Italia, il 25 era già pure nelle librerie di Parigi. Bisogna un po' accontentarsi: manca il Papa però, almeno, c'è la Tamaro. È qualcosa, è molto, ti fa sentire meno emigrante, ci ritrovi l'Italia più che da "Pizza Pino", ci trovi una speranza, il senso di una vita, una canzone... Molte canzoni, magari, che inconsciamente ti risuonano dentro: «Pensami,/ tanto tanto intensamente,/ con il corpo e con la mente,/ come se io fossi qui» (l'indimenticato Julio Iglesias, quello sempre con la manina sul cuore); «Scrivimi,/ non lasciarmi più in pena,/ una frase, un rigo appena/ calmeranno il mio dolor» (Luciano Tajoli, che in TV non arrivava quasi mai perché poliomielitico, e in TV ancora non avevano capito quanto è conveniente, quanto può piacere, che grande audience fa, sfruttare l'handicap); «Telefonami,/ se mi vuoi ancora,/ telefonami» (don Marino Barreto jr., quello che, nero, speculava sugli «Angelitos negros» che un pittore sprezzante e razzista avrebbe dovuto dipingere accanto a quelli bianchi).
Dolci antiche memorie di una bella italietta sempre pronta a risorgere intatta, a commuoversi, a credere malgrado tutto che Berlusconi possa essere davvero un presidente operaio e Rutelli davvero un leader di sinistra, a stare in pensiero se il Papa ha un po' di raffreddore. E così, dopo quelle belle canzoni, dopo Pensami, dopo Scrivimi, dopo Telefonami (e certo ne dimentico altre analoghe e non da meno: dev'esser colpa di questa Francia sotto sotto un po' mangiapreti, che sconcerta e fa perder la memoria dei valori veri), adesso finalmente abbiamo il nuovo libro della Tamaro: Rispondimi. Questo sì che è un titolo; e, con un'autrice cotale, era pur naturale che, tempo una settimana, fosse già in cima a tutte le classifiche. Come suol dirsi, buon sangue non mente (quello della Tamaro, e quello degl'italici lettori).
Tre racconti (tre: il numero della perfezione, la Trinità), tre belle storie edificanti, tre ottime ragioni per capire che, in fondo, al mondo, non tutto il male viene per nuocere. E sì che ce n'è di male, e tanto: nel mondo, certo, e in questi racconti, sicurissimamente.
A farla breve (per quanto si può): nel primo (l'eponimo: "Rispondimi") si parla di una povera bimbetta che non sa chi sia suo padre, le muore la madre, va in orfanotrofio e passa le vacanze (si fa per dire) da vecchi zii che la maltrattano e le dicono che (come forse non era difficile intuire) sua madre faceva la prostituta. Ancora piccolina si ribella, fa la cattiva (però si capisce bene che nel fondo è buona), beve e fuma, rischia d'essere violentata (naturalmente da un nero, solo in apparenza buono) la notte di Natale, poi, quella stessa santa notte, entra in chiesa durante la messa, urla, corre all'altare, distrugge il bambinello; e poi comincia a ubriacarsi, appare (ma è solo apparenza) sempre più cattiva.
Arriva in qualche modo alla maggiore età, e quel giorno stesso se ne va da quella tetra casa degli zii. E cambia d'improvviso la scena: la poverina viene accolta, ragazza alla pari, in una bella casa, marito architetto, moglie gentile, una bimbetta un po' odiosa, ma insomma, non si può avere proprio tutto, e poi tante piante, tanti bei profumi (l'ex cattiva è molto sensibile agli odori; ma si eviti di scomodare Proust), lei stessa rifiorisce, si scopre graziosa e dolce, riprende gli studi, s'avvia a superare (brillantemente, ça va sans dire) l'esame di maturità.
Nel frattempo si lega d'affettuosa amicizia (ma davvero: solo amicizia) con l'architetto, che un bel giorno le regala una felpa con la Tour Eiffel e un reggiseno e un reggicalze di pizzo bianco (quelle finesse! e nel consegnare il regalo le dice: «Non sono una ragazza, ma credo che si provi un certo piacere a essere belle anche sotto. O no?»). Com'è come non è, madre e figlioletta se ne vanno per un certo periodo, l'architetto (sin qui gentiluomo, malgrado forse qualche lieve caduta di gusto) porta la fanciulletta (che pure dovrebbe studiare per l'esame) a cena da un amico single, che ci ha una casa con gli specchi sul soffitto, la fanno fumare ma non è solo tabacco... , dissolvenza (la Tamaro ha sempre di questi bei pudori), ma, ahilei, ahinoi, pur si capisce quello che è successo: «Di chi era quella mano umida e molle? Di chi era quella voce? Sembrava venire da molto lontano. Cosa stava dicendo? Perché tiravano fuori mia madre? Ho aperto la mano e mi sono ritrovata con una banconota sul palmo».
Il mondo è ben cattivo: la poverina si stava finalmente riprendendo, cominciava ad assaporare il gusto della vita, ed ecco che ridiscende nel gorgo, riprende a bere, è costretta a fingere con la cara signora; e, naturalmente, scopre d'essere incinta. E l'architetto sfugge, come suol dirsi, alle sue responsabilità; però l'aiuterà ad abortire (deve aver dimenticato che in Italia l'aborto, malgrado il Papa, è stato legalizzato da un po' di tempo). La poverina va dal medico, è in sala d'attesa, e mentre aspetta di essere chiamata per l'intervento abortivo sente l'odore della mamma. E decide di tenere il bambino, e torna a casa. Ma l'architetto (a questo punto decisamente, totalmente, cattivo) fa in modo che di casa venga cacciata con ignominia.
Lei se ne va coi suoi straccetti, è agosto, fa caldo, la città è deserta, va in un parco per un po' di frescura, si siede su una panchina, si chiede che cos'è l'amore, che cos'è la vita, che cosa siamo noi (per chi non lo sapesse: «Siamo un inno alla precarietà e un invito al male»; ma sono solo pensieracci di un momentaccio di una poverina che non ha molti motivi per essere ottimista). Le si avvicina un vecchio cane («il ventre gonfio della malnutrizione, lo sguardo coperto da un velo opaco»), siamo al gran finale (della profonda meditazione, e del racconto), che sarebbe gran peccato limitarsi a parafrasare: «Ci sono sentieri nel cielo?, mi sono chiesta allora. E dove portano? E chi li traccia? In quel momento il cane mi ha dato la zampa. "Ci guida Qualcuno o siamo soli?" gli ho domandato. Aveva gli occhi socchiusi, la lingua penzoloni. Sembrava sorridesse. "Rispondimi."» .
Insomma, via, c'è sempre una speranza: un bimbo che nascerà, un vecchio cane che ti dà la zampa, e che implicitamente ti risponde che sì, dài, c'è Qualcuno, non bisogna disperarsi, non siamo mica soli. Implicitamente, certo: l'arte della Tamaro è tutta in questo dire e non dire, nel saper giocare l'effettaccio ma solo, s'intende, per tenerti avvinto e poi farti riflettere. Lei non te la dà una soluzione esplicita (il cane, accidenti, non risponde, non sapremo mai che luce improvvisa potrebbe passare nei suoi occhi opachi), il lettore sul momento ci resta un po' male, ma poi, ne sono sicuro, s'illumina, capisce anche lui, come la povera fanciulla che dice io nel racconto, e che non sarà più una povera fanciulla, perché lei per prima avrà capito, avrà intuìto che c'è Qualcuno che li traccia, i sentieri nel cielo, avrà percepito la luce vera (e così avrà attivato pure un altro senso, dopo l'olfatto).
Di luce si parla esplicitamente, con ardita e inusuale simbologia, nel secondo racconto, "L'inferno non esiste". Non posso, qui davvero, dilungarmi. Ma qui pure è storia di crudeltà, raccontata da una donna, sposa d'un uomo malvagissimo (eppure pareva così buono, così gentile, prima di sposarla: mai fidarsi delle apparenze!), che la maltratta, che forse assapora l'incesto con la figlia (ma anche qui la Tamaro è reticente, e lavora di dissolvenze: così il lettore malizioso potrà godere del pensiero della massima tra le perversioni, e quello dolceingenuo penserà, almeno, a un momento d'affettuosità paterna d'un uomo per il resto così cattivo: un libro della Tamaro dev'essere ecumenico, deve poter soddisfare ogni tipo di lettore), che umilia e percuote il povero figlioletto, colpevole solo d'essere un po' malaticcio e stento, e d'essersi incamminato sulla retta via dopo aver conosciuto un buon prete (forse vuol farsi prete anche lui).
Il fanciullo morirà colpito dall'auto guidata da quel carognone di suo padre (che però, almeno questo, non l'ha fatto apposta: quando si dice, il destino!). Ma poi morirà, squallidamente, pure il carognone (la c'è la Provvidenza, finalmente!). La vedova, distrutta, inasprita, torna nella casa dei suoi, piena di topi, scarafaggi, ragni, polvere, imposte che sbattono e quant'altro. È ben felice della morte del marito, e sa, per questo e per la sua precedente inettitudine, di meritarsi l'inferno (che qualcuno dice che non esiste; ma lei invece lo vuole, magari tutto per sé). Però di notte, in una tal casa da incubo o da film-sottospecie-Dario-Argento, va via la luce, lei prende una candela e trova un vecchio foglio, «ormai ingiallito»: naturalmente, scritto da suo figlio, che si chiude con queste parole: «Signore, quant'è grande il Tuo mistero! Per darci la luce, hai creato le tenebre. Per darci la vita, hai creato la morte» (corsivo suo).
Mentre la mamma legge tali profonde parole del figlioletto ucciso dal papà, una raffica di vento quasi divelle la finestra, e fa volare tutto, anche gli avanzi dei maglioni fatti dalla nonna (lei pure ormai defunta) del fanciullo (e madre dunque della narratrice) per tutta la famiglia. Sono frammenti di tutti i colori; e anche qui bisogna lasciar la parola direttamente alla Tamaro per la degna conclusione: «Distinguevo ancora perfettamente i colori di ognuno. Spinti da quella mano invisibile, hanno cominciato a correre dappertutto. Mi sono messa in ginocchio per cercare di raccoglierli. Il primo che ho afferrato era azzurro. In quell'istante la candela si è spenta e una sciabolata di luce bianca ha attraversato la stanza».
Per chi vuole leggere tra le righe (o anche meglio: al di sopra di esse), sa un po', mutato quel che c'è da mutare, di conversione di san Paolo. Come che sia, è chiaro che anche questa povera donna, esacerbata e forse crudele nel suo rancore, ma certo provata dalla vita e non cattiva nell'animo, si salverà. Dopo il vecchio cane, la sciabolata di luce: per ognuno c'è un segno di salvezza, ai mali del mondo c'è sempre rimedio, un rimedio d'ordine ben superiore; basta saper aspettare, e saper cogliere il segno, appunto, che di sicuro arriverà.
Sorvolo un po' sul terzo racconto, "Il bosco in fiamme". Basti sapere che trattasi anche in questo caso d'una vicenda di crudeltà, narrata in prima persona da un uomo che, accecato dalla gelosia, ha ucciso, ma lui pure forse senza davvero volerlo, la mogliettina dolcissima, che tanto lo amava, rea solo di frequentare un santo monaco, che tanto la stava illuminando. E pensare che avevano tutto per essere felici, ma proprio tutto, anche una bella bimbettina, Giulia, con due belle treccine. In carcere, l'uxoricida, oltre a scrivere la sua storia (e a darsi pena per il fatto che la figlioletta, ormai adolescente, non s'è mai voluta far viva con lui), intraprende pure, con ovvia difficoltà, un carteggio col monaco di cui sopra, e pensa bene di trascrivere in corsivo, a beneficio del lettore, un letterone edificante del monaco medesimo (dieci pagine piene, da cui, per ragioni di spazio, posso trascrivere solo una tra le molte, acutissime, riflessioni esistenziali: «l'ape ha bisogno del fiore. Ma anche il fiore, per esistere, ha bisogno dell'ape. Siamo tutti legati da un invisibile abbraccio» [corsivo suo]).
Il carcerato con la lettera in mano va alla finestra, è il crepuscolo, ci sono i gabbiani, percepisce che il mare dev'essere un po' mosso (ma si capisce che lui non riesce a vederlo, poverino: ed è proprio un peccato, al crepuscolo, e pure coi gabbiani, c'era di che addolcirsi il cuore). Ma, sorpresa finale: «Nella busta del monaco, c'era un'altra lettera. Era più piccola e con una carta rosa a quadretti. L'ho aperta lì in piedi, mentre il sole scompariva all'orizzonte. Caro papà...».
Riepilogando: il vecchio cane, la sciabolata di luce, la letterina della figliuola: tre bei segni, non c'è che dire, a portare un senso di speranza (ma forse, data la pervicace coerenza dei tre finali, a offrire piuttosto una salda certezza) pure in un tal mondo crudel. Per fortuna, dicevo, che c'è la Tamaro: che ci fa vedere nefandezze e crudeltà, ci propone storie con personaggi cattivi o incattiviti, aridità di sentimenti, senso estremo del male: ma sotto sotto lo intravedi il bene, e alla fine, senza trionfalismi, quei piccoli segni stanno lì a indicarlo, il sentiero, a far intravedere Chi lo ha tracciato, e Chi dunque bisogna seguire fiduciosi, nella certezza, per i tre personaggi protagonisti dei racconti, ma pure per il lettore che vuole e sa comprendere, che non siamo soli, e che c'è di sicuro una salvezza superiore. Che sembrerebbe essere poi, per dirla con un predecessore della Tamaro ormai, credo, di lei meno fortunato nelle vendite (anche se forse perdonerà l'insigne scrittrice di lei un pochino più dotato), «il sugo della storia».
Cosa dire in conclusione? Che forse su Susanna Tamaro è abbastanza facile ironizzare un po' (anche se pare che non tutti la pensino così: si veda l'ampia e, almeno per me, incredibile recensione serissima e positivissima di Luciana Sica su la Repubblica del 19 gennaio 2001, in entusiastico anticipo di cinque giorni sull'uscita del libro). Che dunque, ancora manzonianamente, posso aver fallato. Che forse, di roba di questo livello, non varrebbe neanche la pena di scrivere.
Va anche aggiunto, però, per onestà intellettuale, che la Tamaro è bravissima: riesce a mettere insieme una quantità incredibile dei peggiori stereotipi, a comporli in unità, a lasciar intuire profondità inesistenti, a tenere un livello di scrittura medio-basso che funziona benissimo per attrarre un pubblico enorme (e, come accennavo, anche per solleticare opportunamente critici d'insigni gazzette).
Si leggeva, tempo fa, su un muro pisano, scritto con mano salda, a caratteri cubitali: «Dio c'è». Altra mano, sotto, in carattere più piccolo, aveva aggiunto: «O ci fa». Mi sia lecito spostare il dubbio e lo spostamento, visti i soggetti, non apparirà così incongruo e irriguardoso sulla Tamaro, con malcelata ammirazione. (E poi, beninteso, vado a cercarmi anch'io i miei sentieri, pure se nel bel cielo cilestrino e laico di Parigi, col suo Picasso erotico, le vraies parisiennes dal passo elegante, le filiformi immagini di Giacometti, la voce discreta di Henry Salvador che, forse al crepuscolo, ma vivaddio senza gabbiani, sussurra appena, senza messaggi profondi da affidare a chissà chi, che «il fait dimanche, quand tu souris»).
1 «Ma per fortuna che c'è il Riccardo», diceva un'antica canzone di Giorgio Gaber. Aggiorniamo, attualizziamo: ma per fortuna che c'è la Tamaro!
2 «Ci sono sentieri nel cielo?, mi sono chiesta allora. E dove portano? E chi li traccia? In quel momento il cane mi ha dato la zampa.»
3 La Tamaro è bravissima: riesce a mettere insieme una quantità incredibile dei peggiori stereotipi, a comporli in unità, a lasciar intuire profondità inesistenti
PIERO CUDINI insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea alla Scuola Normale di Pisa. Ha pubblicato da Rizzoli: nel 1991 Il Datario 1900-1991; nel 1992, con Davide Conrieri, il Manuale non scolastico di letteratura italiana; e nel 1996 Che fai tu luna in ciel. Il Romanzo della letteratura italiana. Per i tipi di Bompiani è uscito nel 1999 il suo Breve storia della letteratura italiana. Il '900.
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