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Il crepuscolo di Petrarca
PIERO MELDINI
MARCO SANTAGATA,
Il copista,
Palermo, Sellerio, 2000,
pp. 137, Lit 15.000
È il 13 ottobre del 1368. Francesco Petrarca ha
sessantaquattro anni. Se avesse di Dante l'altissimo concetto
del suo amico Boccaccio, non dovrebbe ritenersi ancora vecchio. Nel
Convivio, infatti, Alighieri aveva generosamente esteso fino
ai settant'anni la fase della maturità. Ma le
qualità cosiddette aristoteliche del freddo e dell'umido
che Dante aveva attribuito alla quarta e ultima età
dell'uomo, la decrepitezza, sembrano assediarlo precocemente.
Freddo e umido è il clima nebbioso e piovigginoso di Padova;
umida e gelata è la casa che Petrarca abita; fredde sono le
membra del poeta, e umidi gli umori malsani che sgorgano dal suo
corpo torpido e intirizzito; già freddo e umido, ossia
flemmatico, è il suo temperamento, costituzionalmente incline
alla neghittosità e all'accidia, e ora afflitto anche da
ipocondria e irascibilità senile.
Un Petrarca vecchio e solo, che scende la china del decadimento
fisico e intellettuale, è il protagonista del breve quanto
denso romanzo di Marco Santagata Il copista. L'autore
è uno dei maggiori studiosi della vita e dell'opera di
Petrarca, alla cui conoscenza ha contribuito con saggi innovativi
(cito appena I frammenti dell'anima) e con la
fondamentale edizione commentata del Canzoniere, edita nei
Meridiani di Mondadori.
Il copista è il racconto, affettuosamente e
pudicamente impietoso, di una giornata di Petrarca, da prima
dell'alba a dopo il tramonto. Il 13 ottobre del 1368 non
è, in una vita costellata di eventi memorabili, lieti e
dolorosi, una data significativa. È un giorno qualsiasi:
dunque esemplare. Petrarca si sveglia che è ancora notte
fonda, si leva dal letto a fatica, adempie coscienziosamente alle
sue funzioni corporali, fa colazione, si aggira per la casa
deserta, siede al tavolo di lavoro più per inveterata
abitudine che per autentica necessità, perde tempo, si attacca
alla bottiglia per lenire le pene, si lamenta, brontola. E
ricorda.
Ricorda gli anni felici di Valchiusa, i potenti protettori, gli
incarichi prestigiosi che gli sono stati affidati, gli eccezionali
onori che gli sono stati tributati. Ma ricorda soprattutto i lutti
e le separazioni. Tra le ombre che lo circondano c'è
anche quella di Laura, che pure è ormai solo un topos
letterario, la cellula germinale di infinite variazioni sul tema.
Ben più assillanti e tormentose sono invece le ombre di
Giovanni, il figlio ribelle ucciso dalla peste nel 1361, a
venticinque anni, e del nipote Franceschino, rapito dagli angeli in
tenerissima età. Non meno ostinata di quelle dei morti
c'è infine l'ombra di un vivente: il taciturno e
dottissimo Giovanni Malpaghini. Cresciuto da Petrarca e da lui
amato come un figlio, il giovane copista, a cui il libro si
intitola, lo ha abbandonato di punto in bianco e senza ragione
alcuna. O piuttosto per un motivo inconfessato che costituirà
una sorpresa per il lettore e che, di conseguenza, mi guardo bene
dallo svelare.
Assistito unicamente da una governante decrepita, la
Francescona, Petrarca è un sopravvissuto. Come ha documentato
Georges Minois nella sua Storia della vecchiaia, la peste
che aveva spopolato l'Europa aveva infierito soprattutto sui
giovani e sui bambini. Era stata, per così dire,
un'epidemia selettiva. Dal 1350, e fino alla metà del
Quattrocento, la proporzione fra le classi di età sarà
perciò sbilanciata a favore degli anziani, alimentando aspri
conflitti tra le generazioni e un'ampia letteratura ostile
alla vecchiaia. «Un vecchio scimmiotto è sempre
ripugnante», scriverà Villon nel Testament.
«Non dice parola che piaccia; non fa cosa che non
dispiaccia».
Vecchio in un mondo di vecchi (come il nostro?), Petrarca
conserva qualche scampolo dell'antica e quasi proverbiale
operosità: trasporta le rime in volgare dal manoscritto degli
abbozzi e delle minute a quello della redazione definitiva (e
cioè, se non erro, dal codice 3196 al codice 3195 della
Vaticana), limandole e cesellandole con ossessivo perfezionismo;
compone una nuova canzone; scrive una delle tante epistole
Senili. Ma è, la sua, un'operosità forzata e
di routine, dove il mestiere spesso prevale
sull'ispirazione.
Il Petrarca di Santagata non indossa di certo le vesti
«reali e curiali» di Machiavelli, ma non è neanche
il solito Grande spiato dal buco della serratura e immiserito da un
occhio, più che freddo, meschino. È un Petrarca rivissuto
e raccontato dal didentro, mediante un processo di
interiorizzazione e di identificazione affine al metodo
Stanislavskij. Che tra il protagonista del Copista e il suo
autore ci sia un gioco di specchi, lo suggeriscono tre indizi
convergenti: l'oscuro ma fertile terreno autobiografico in cui
affondano le radici le opere di Petrarca (dal Secretum al
De vita solitaria, al Canzoniere); l'esplicito
autobiografismo del primo romanzo di Santagata, Papà non
era comunista; la lunga, assidua e devota frequentazione di
Petrarca da parte di Santagata, che lascia intravedere una sorta di
gemellaggio ideale fra i due. Lo suggerisce, innanzi tutto,
quell'atteggiamento diviso tra insofferenza e comprensione,
rancore e pietà, sospetto e ammirazione che lo scrittore ha
verso il suo personaggio, e che è così simile a quello
che ognuno di noi ha verso se stesso.
I temi che circolano nelle pagine del Copista sono
quelli, privatissimi e universali, dell'invecchiamento, della
morte tanto più censurata quanto più incombente
, della solitudine. Ma il tema dominante, sviluppato da
Santagata con notevole originalità e finezza, è il
rapporto fra vita e letteratura. Petrarca è stato, insieme,
uno degli autori che più ha attinto dalla propria vita e che
più ha affinato, o trasmutato, tale materia grezza. Per dirla
con Bachtin, che paragona la vita all'uva e la letteratura al
vino, il vino di Petrarca nasce da un'uva selezionata con
cura, ben pigiata, fatta macerare e fermentare sapientemente. Qui,
in particolare, si può cogliere il modo in cui Santagata
utilizza il suo bagaglio di conoscenze. La pratica con i
manoscritti petrarcheschi e lo studio delle varianti gli consentono
di divinare, non filologicamente ma per via d'immaginazione, i
processi mentali che stanno dietro le parole del poeta. Come il
Dupin di Poe, Santagata dipana il filo delle associazioni di un
uomo di seicentocinquant'anni fa.
Il copista è indubbiamente un romanzo colto, ma
senza pedanterie, rimasticature, manierismi, stucchevoli
strizzatine d'occhio agli addetti ai lavori. Scandito come un
libro d'ore, si apre con un Petrarca sofferente nel corpo e
nello spirito e si chiude con un Petrarca rasserenato. La canzone
è stata terminata, l'epistola a Maramauro anche. Il 13
ottobre del 1368 volge al termine. È passato un altro giorno,
e non è stato sprecato. Il poeta e il suo biografo il
suo autobiografo? il suo «copista»? depongono
tutt'e due la penna. Nel medesimo istante.
PIERO MELDINI è autore di saggi di vario
argomento e di tre romanzi, tutti pubblicati da Adelphi: L'avvocata
delle vertigini (1994; 1999), L'antidoto della malinconia (1996) e
Lune (1999).
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